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Il Trattamento conservativo della lombalgia cronica: ruolo dei Corsetti oggi e la terapia multidimensionale combinata

     
 

Per funzionare in maniera efficiente la colonna presenta delle naturali curvature su un piano dello spazio, le cosidette "lordosi lombare e cervicale" e la "cifosi dorsale". Rimanendo entro un certo range di valori tali curvature contribuiscono all'armonica distribuzione delle forze sulle diverse componenti portanti e favoriscono il lavoro della muscolatura paravertebrale, generando bracci di leva vantaggiosi.

L'origine della lombalgia (mal di schiena) dell'adulto di solito risiede nella patologia degenerativa cronica, ovvero nell' "usura" di alcuni elementi della colonna vertebrale (disco, faccette, legamenti). Frequentemente con l'andare del tempo si instaurano delle alterazioni della morfologia normale vertebrale in toto: la degenerazione porta alla deformità anatomica (per crolli vertebrali, spondilartrosi, discopatie gravi) e alla formazione di "curvature" anomale.  Queste possono realizzarsi su piani diversi da quello in cui normalmente è presente, cioè determinare scoliosi; fenomeno ancora più rilevante dal punto di vista clinico è tuttavia l'alterazione di lordosi e cifosi.  Si determinano anomali stress sulle strutture passive (legamenti, articolazioni faccettarie) ed attive (muscolatura) della schiena, con un contributo determinante al quadro algico (al dolore).

 

Nell'adulto, al contrario che nell'adolescente, non è più possibile influenzare la forma della colonna attraverso l'applicazione di forze esterne, come quelle generate da corsetti e busti, relegati ad un ruolo secondario negli scorsi decenni. Un fattore sfavorevole per questo tipo di approccio è anche la scarsa "compliance" del paziente: in pratica i corsetti, impegnativi da portare e spesso mal tollerati o fastidiosi, venivano dismessi dopo breve tempo.

Recenti studi tuttavia hanno modificato nuovamente la situazione e la prospettiva di utilizzo dei presidi. Oggi si riconosce nella lombalgia la presenza di "circoli viziosi" del dolore, per cui allo stimolo meccanico sopra descritto si somma la cosidetta "sensibilizzazione centrale", ovvero un dolore "amplificato  e fissato" nel cervello, per un fenomeno noto come "plasticità cerebrale". 

Sconfiggere la lombalgia con terapia conservativa è possibile in molti casi, ma solo utilizzando un approccio combinato e mirato alle varie compoenti del dolore.

L'approccio si basa sulla combinazione dei tre strumenti a disposizione, che ne amplificano le possibilità terapeutiche.

1) In anni recenti la disponibilità di tecnologie di scannerizzazione laser del corpo umano e ricostruzione tridimensionale, accoppiata alla disponibilità di materiali particolarmente leggeri e modellabili, ha consentito la realizzazione di busti su misura particolarmente precisi nell'esercitare spinte e di dimensioni ridotte, molto leggeri. 
Riducendo lo stress apportato sulle varie strutture e la mobilità della colonna si riesce a ridurre la "produzione" di dolore perifericamente, ovvero a livello dei recettori presenti nelle strutture meccaniche.

2) Contemporaneamente, per contrastare la sensibilizzazione centrale sono utilizzati farmaci specifici, diversi dagli antalgici tradizionali, cui sono associati per aumentarne notevolmente l'efficacia. Protocolli particolari sono ormai stati studiati

3) l' aggressiva rieducazione fisioterapica è il terzo fondamento; è indispensabile per coadiuvare l'effetto del busto in antitesi allo stress meccanico e contemporaneamente per minimizzarne gli effetti negativi, di riduzione riflessa del tono della muscolatura addominale e paravertebrale attraverso esercizi specifici.

Attraverso controlli seriati, l'ortopedico esperto di terapia è in grado di modulare l'utilizzo di tutori, dei diversi farmaci associati e dell'intensità della fisioterapia fino a ridurre nei casi in cui sia possibile la sintomatologia dolorosa, ricondotta sotto controllo.

Tale approccio può essere un'alternativa alla chirurgia in pazienti selezionati.

L'utilizzo di corsetti "generici" o degli strumenti terapeutici sopra indicati, in maniera non coordinata o isolata, non può condurre al medesimo successo.

Dott. Davide Caldo

Specialista in Ortopedia

Chirurgia Mini-Invasiva ed Endoscopica Vertebrale

 
 

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Dott. Davide Caldo

Psicodipendenze: nuove frontiere

     
 

La dipendenza secondo Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM IV) è collocata tra i disturbi mentali nel capitolo “Disturbo da uso di sostanza”. Qua di seguito un brevissimo excursus su cos’è la dipendenza, prima di trattare le nuove frontiere.

Elemento “cardine” comune a tutte le sostanze è la capacità di stimolare il sistema meso-limbo-corticale (sistema di ricompensa); tipici della dipendenza sono: una modalità patologica d’uso della sostanza che conduce:

- a menomazione e

- a disagio clinicamente significativo.

La dipendenza è definita da un pattern comportamentale complesso, che comprende sempre l’appetito patologico per la sostanza stessa, il cambiamento di stile di vita e di pensiero, la mancanza di controllo sull’uso, la presenza di problemi di varia natura causati o esacerbati dall’uso della sostanza stessa.

Le cause sono da ricercare in un’alterazione dei meccanismi cerebrali che controllano la gratificazione e gli stati motivazionali.

Le sostanze psicoattive agiscono sui neuroni situati in zone profonde del cervello, in particolare modo nelle aree limbiche.

Ho anche avuto l’opportunità di lavorare lungamente nell’ambito delle dipendenze e di poter acquisire un’esperienza tale da poter dire che se si lavora in maniera capillare, costruendo una relazione di reciproca stima e rispetto e se si lavora in maniera sinergica con il paziente, la probabilità di abbandono della sostanza è molto alta. Chiaramente ogni caso è a sé stante ed ogni situazione va valutata nel contesto della propria estrinsecazione. Anche il momento in cui si decide di attivare una terapia di questo tipo è importante, perché si bisogna avere la sicurezza di voler veramente voltar pagina. Sarà solo la genuina volontà di cuore che darà l’input adeguato a desiderare di intraprendere il percorso terapeutico. Ogni cosa ha il suo tempo, bisogna essere bravi ad afferrarlo e a sfruttare il momento giusto!

Il sistema che abitualmente adotto è molto diverso dai modelli classici pur avendo una base comune, quello farmacologico di stabilizzazione del sistema di craving e quello di stabilizzazione dell’abuso della sostanza, quando necessario, per mettere in sicurezza la salute e la vita del paziente. Per tutto il resto del programma il sistema terapeutico è un lavoro su ciascuna dimensione della persona, che avendo gradi importanti di sensibilità, è scivolata verso la dipendenza.

E’ un aiutare a destarsi dal torpore che la sostanza o la dinamica ripetuta del comportamento induce, è un far emergere le risorse che ciascun individuo possiede in potenza dando la forza di porsi in una condizione differente rispetto a quella che si sta vivendo e che pare ineluttabile e definitiva.

E’ riarmonizzare il senso di vuoto che è una proiezione delle proprie paure reali o vissute, ma dare a questo vuoto la giusta collocazione, esortando a sviluppare tutte quelle capacità che hanno solo bisogno di essere attivate.

La mia esperienza mi permette di dire che le persone affette da questo disturbo hanno immense risorse, che sono lì, in attesa di essere dischiuse ed espresse.

Qualsiasi patologia ha radici profonde, non solo in disturbi fisiopatologici, ma anche a livello di conflitti emotivi, di incapacità di bypassare le proprie resistenze, le proprie convinzioni e le proprie vecchie registrazioni, che bloccano la persona in quella dimensione. La patologia è l’opportunità di porsi davanti a se stessi e di porsi quesiti per sciogliere il nodo che sostiene la situazione in corso.

Credo profondamente nelle capacità di reselienza delle persone che sono affette dalla dipendenza. E’ solo insegnando loro a guardare da un angolatura differente gli eventi del passato e del presente che tutto diventa possibile.

Il programma è personalizzato ed altamente individualizzato in base alla dinamica e alla storia della persona in questione, in base alla situazione biochimica  oltre che emotiva, in base a come vive la dipendenza, in base al perché si accende la richiesta della sostanza o del comportamento, che è richiesta legata a circuiti ben specifici, che hanno basi ben precise. Si utilizzano sistemi differenti per eradicare o rimodulare circuiti biochimici o mentali che si sono tarati su livelli scorretti di funzionalità. Unica cosa che si richiede al paziente è l’essere sinergico col medico e/o lo psicologo ed affidarsi a quanto gli viene consigliato in ogni seduta, senza porsi troppe domande o senza porsi obiettivi troppo sovradimensionati. Ogni consiglio, esercizio o quant’altro che viene impartito durante i colloqui viene motivato e spiegato in modo tale che il paziente sia consapevole del percorso che sta attuando e di quali saranno i benefici che ne riceverà.

Non ci sarebbe lo spazio per menzionare tutti i risultati ottenuti, per poter trascrivere le testimonianze di chi è passato dall’ombra alla luce della vita. Sicuramente è un buon sistema attraverso cui si possono sciogliere o rivedere vecchi schemi di comportamento che minano la salute propria e quella dei propri cari.

 

 Dr.ssa Monica Viotto

 
     
 

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Haemobartonellosi (Anemia infettiva felina)

L’agente eziologico della malattia è il Mycoplasma haemofelis (precedentemente classificato come haemobartonella felis), un microorganismo parassita dei globuli rossi.

I gatti si possono infettare 

· Attraverso il morso delle pulci 

· Durante la gravidanza, per via transplacentare 

· Durante il parto per contatto di sangue dalla madre infetta al gattino 

· Durante l’allattamento 

· A causa di trasfusioni di sangue infetto 

Non è ancora del tutto noto come avvenga la trasmissione della malattia da gatto a gatto. Le gatte clinicamente malate possono infettare i gattini ma non è stato determinato se la trasmissione avvenga in utero, durante il parto o attraverso l’allattamento. 

E’ stata ipotizzata la trasmissione attraverso il morso. I combattimenti e l’infestazione di pulci hanno un ruolo nella trasmissione dell’infezione.

Il tempo di incubazione è solitamente di 6-17 giorni. I microorganismi si fissano alla superficie della membrana eritrocitaria ed inducono un danno strutturale, che abbrevia la vita dei globuli rossi e provoca la perdita di emoglobina. L’esposizione e l’alterazione degli antigeni associati alla membrana eritrocitaria determinano la produzione di autoanticorpi che rivestono gli eritrociti e possono dare inizio a un’emolisi. Gli anticorpi fissati alle membrane degli eritrociti possono causare l’agglutinazione, inibendo la circolazione dei globuli rossi attraverso la milza ed altri letti vascolari. La maggior parte della perdita degli eritrociti è dovuta alla loro fagocitosi nella milza. 

Sintomi 

L’anemia infettiva felina, causa anemia che si può accompagnare a febbre nei primi stadi della malattia. I segni clinici includono stanchezza, depressione, inappetenza e pallore delle mucose, talvolta associati a perdita di peso o manifestazioni respiratorie.  

Tali segni clinici sono comuni a molte altre patologie che causano anemia e non specifici dell’emobartonellosi. 

Altri segni clinici possono essere aumento di volume della milza e dei linfonodi. Le prime due o tre settimane dall'infezione sono asintomatiche: il gatto sta apparentemente bene. Alcuni gatti riescono a rimanere in questa fase per molto tempo, anche per tutta la vita: nonostante si siano infestati con Mycoplasma haemofelis non manifestano alcun problema. Sono per questo detti portatori sani. 

La maggior parte dei gatti però non rimane asintomatica e svilupperà la malattia. E’ necessario un fattore stressante, come una patologia o un intervento chirurgico per scatenare la malattia.

L'emobartonellosi inizia con una fase acuta caratterizzata da una grave anemia che può anche portare a morte il gatto. I parassiti infatti si legano alla membrana dei globuli rossi, danneggiandoli e rendendoli così soggetti all'azione della milza che li distrugge. Se l'animale non muore durante la fase acuta inizia la fase di guarigione nella quale i globuli rossi non vengono più alterati ed Mycoplasma haemofelis viene imprigionato nella milza, senza tuttavia venire eliminato del tutto. Nonostante il gatto cominci a stare meglio e l'anemia a risolversi, il parassita è quindi ancora presente e può rimanere anche per anni. 

Fattori stressanti possono quindi causare un calo delle difese immunitarie del micio e una conseguente ricomparsa della fase acuta della malattia. 

I gatti a rischio sono quelli che possono uscire all’aperto, ma non sono fuori pericolo quelli che vivono esclusivamente in casa. 

La stagione più a rischio è la stagione calda, dove il numero di pulci è più elevato. 

Diagnosi 

Essenziale eseguire un esame del sangue (emocromocitometrico completo) che ci rivelerà con certezza la presenta di una grave anemia.   

Esame parassitologico diretto: consiste nell’individuare il Mycoplasma haemofelis attaccato ai globuli rossi. 

PCR (polimerase chain reaction): è in assoluto il metodo più sicuro per diagnosticare l'emobartonellosi. 

E’ utile anche effettuare esami per escludere la presenza di altre malattie infettive del gatto (FIV, FELV) di cui questa può essere opportunista. 

Trattamento 

Per trattare la Emobartonellosi si utilizzano farmaci antibiotici ed anche corticosteroidei per contrastare l’emolisi immunomediata. 

Il Medico Veterinario saprà scegliere il farmaco migliore 

Prevenzione 

E’ opportuno prevenire le infestazioni da pulci e limitare le aggressioni tra gatti. 

Negli allevamenti è necessario tenere sotto controllo tutti i soggetti in modo da evitare che l’Emobartonella si insinui.


Dott. Carlo Giulianelli

Medico Veterinario 

Torino 

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Intossicazione da cioccolata

L`intossicazione da cioccolata, spiegano i tossicologi, è una delle più comuni che si possono verificare negli animali domestici e nei cuccioli. Se sulle confezioni dei detersivi c’è scritto «tenere fuori dalla portata dei bambini», sulle tavolette di cioccolata, specie quella fondente, dovrebbe comparire a chiare lettere la scritta «tenere fuori dalla portata dei cani». Basta che il proprio cane trovi in casa un pò di cioccolata, e ne mangi una ventina di grammi, per rischiare gravissime intossicazioni, fino alla morte dell’animale.

L’allarme viene dal sito Tox.it , redatto da specialisti tossicologi e operatori di Centri Antiveleni. L’intossicazione da cioccolata, spiegano i tossicologi, è una delle più comuni che si possono verificare negli animali domestici e nei cuccioli. Fortunatamente la maggior parte dei casi si dimostra di scarsa gravità; alcune volte, però, si verificano casi seri con rischio di vita per l’animale. Il rischio deriva dalla presenza nel cioccolato di composti chimici chiamati metilxantine. Le metilxantine, tra cui anche la caffeina e la teobromina, sono eccitanti del sistema nervoso e del sistema cardiocircolatorio e provocano tremori, scosse muscolari, convulsioni, aritmie cardiache, crisi di ipertensione arteriosa. L’entità del quadro tossico è direttamente proporzionale alla dose ingerita.

A rischio è soprattutto il cioccolato fondente: più è dolce la cioccolata, minore la quantità di metilxantine presenti. Ad esempio il cioccolato al latte contiene circa 140-173 mg di metilxantine per 100 grammi di prodotto mentre quello fondente ne contiene 1198- 1232 mg per 100 grammi. Sintomi di media gravità compaiono per dosaggi intorno ai 20 mg per chilo di peso dell’animale mentre l’intossicazione è severa per dosaggi intorno ai 40 mg/kg. Quindi, la dose fatale di cioccolata al latte per un piccolo cane come un barboncino è compresa tra 140 e 280 grammi, mentre quella di cioccolata fondente è tra 14 e 28 grammi. La dose fatale di cioccolata al latte per un cane di media taglia come un segugio è compresa tra 450 e 700 grammi, mentre quella di cioccolata fondente è tra 55-80 grammi. Mentre un grande cane come il Labrador rischia se ingurgita uno o due chili di cioccolata al latte o 100-200 grammi di cioccolata fondente. Chi ha entrambe le passioni, quella per i cani e quella per il «cibo degli Dei», deve insomma stare molto attento a non dimenticare per casa tavolette di cioccolata aperte: il cane mangia di tutto, e le conseguenze possono essere disastrose.

Se si sospetta che il proprio cane abbia ingerito della cioccolata, avvertono i tossicologi, bisogna anzitutto cercate di capire la quantità ingerita, e poi chiamare il veterinario e sperare che il proprio amico a quattro zampe abbia una fibra resistente.

Dott. Carlo Giulianelli

Medico Veterinario 

Torino 

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Perché scegliere un corso preparto in acqua

     
   Preparto  
 

L’acqua è l’elemento indispensabile per la vita: allontana la fatica, favorisce il rilassamento e rappresenta uno dei segreti per il benessere quotidiano di grandi e bambini. Anche nel corso della gravidanza l’acqua può avere un ruolo molto importante: molte strutture propongono dei corsi preparto in acqua, che possono aiutare le future mamme a vivere al meglio i mesi della gravidanza e a prepararsi al travaglio, attraverso esercizi mirati.

Questo tipo di corso preparto suscita un notevole interesse nelle donne in dolce attesa, che spesso però hanno dubbi e domande: come si svolgono le lezioni di questi corsi? Occorre saper nuotare? Il corso preparto in acqua viene consigliato solamente alle donne che hanno scelto di far nascere il proprio figlio in acqua o anche a chi vuole partorire in modo “tradizionale” all’ospedale? Proviamo a riepilogare le principali informazioni sui corsi preparto in acqua, chiarendo i dubbi più comuni.

Nei corsi preparto in acqua, gli esercizi vengono svolti in piscine colme di acqua riscaldata (la temperatura è variabile e oscilla tra i 29 e i 32 gradi). Dal momento che nella vasca l’altezza dell’acqua raggiunge al massimo gli 80 centimetri, non è importante tanto saper nuotare, quanto piuttosto avere confidenza con l’ambiente acquatico, in modo da poter affrontare il corso in modo sereno e positivo. Un altro dubbio comune riguarda il fatto che tale corso preparto possa essere consigliato solo a chi ha deciso di partorire in acqua. In realtà, tutte le future mamme possono frequentare questo tipo di corso, anche quelle che partoriranno in modo “tradizionale” (a patto che la gravidanza non presenti particolari complicazioni). Certamente, chi ha già optato per il parto in acqua è più stimolato a iscriversi: esistono infatti corsi progettati in modo specifico per chi partorirà in acqua, che hanno lo scopo di supportare la futura mamma a prendere sempre più confidenza con questo elemento.

Le lezioni dei corsi preparto in acqua sono tenute da un insegnante di nuoto o di acquagym e da un’ostetrica e propongono una serie di esercizi mirati, che hanno l’obiettivo di andare a stimolare proprio i distretti muscolari maggiormente colpiti dai cambiamenti fisici della gravidanza. Accanto a questi esercizi, vengono presentate anche attività legate al rilassamento e al controllo della respirazione, in grado di favorire nella donna una maggiore di presa di coscienza del proprio fisico.

È un fatto noto che l’ambiente acquatico riduca il peso di un corpo a circa un sesto rispetto a quello a terra. Per questo, l’esercizio in acqua è meno faticoso per le donne in gravidanza: i movimenti necessitano di minore sforzo, senza caricare di lavoro le articolazioni, ma con identici benefici a livello muscolare rispetto all’esercizio a terra. Inoltre, la compressione graduata dell’acqua sulle gambe è una preziosa alleata per sconfiggere i gonfiori, con un effetto linfodrenante che genera benessere. Infine,  sempre grazie all’alleggerimento del peso corporeo nell’acqua, in questo elemento vengono alleviati i dolori alla schiena e nella zona lombo sacrale, che subiscono le conseguenze della progressiva crescita del peso del bambino.

Sei interessata a un corso preparto in acqua a Milano? Consulta Ok Corso Preparto per trovare il corso più adatto alle tue necessità.

 

A cura di: Ufficio Stampa Ok Corso Preparto

 
     
 

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Primum non nocere: Medicina Funzionale di Regolazione

     
 

La Medicina Funzionale di Regolazione (M.F.R.) è quella disciplina che focalizza la propria attenzione sui disturbi funzionali manifestati dalla persona, andando a ricercare la causa prima di questo disturbo.  Favorisce, sostiene ed attiva il processo di autoguarigione nell’organismo. E’ quella branca della medicina che basa il proprio metodo sulla fisiologia. E’ cioè quell’intervento atto a sostenere, ripristinare le capacità di guarigione proprie della persona, rispettandone l’equilibrio. Individuando ed eliminando tutti i fattori che ostacolano il buon esito della terapia e quindi della cura. Rimuovendo cioè i campi di disturbo (stati d’intossicazione, presenza eccessiva di metalli pesanti, inquinanti di varia natura, alimenti intolleranti o che creano allergie, cicatrici, disagi emotivi, …) si può riacquistare la capacità di guarire.

E’ una metodica che mette in relazione i punti di forza e di debolezza della persona, ponendo l’attenzione su questi ultimi al fine di cercare di ottenerne il miglioramento.  Attraverso la Medicina Funzionale di Regolazione si riarmonizza il sistema in modo che lo stesso dia il meglio di sé, senza entrare in distress e al deragliamento del sistema stesso.

E’ una medicina a misura d’uomo, personalizzata e “cucita” sul soggetto in esame. E’ una modalità che aiuta a migliorare se stesso partendo dai propri talenti. E’ come se si slatentizzasse la capacità del sistema uomo, in maniera fisiologica.

La M.F.R. modernizza i concetti della risposta allo stress di Cannon W. E. (intorno agli anni 20 del secolo scorso) e i concetti della sindrome generale di adattamento di Selye, alla luce degli ultimi studi della PNEI (psiconeuroendocrinoimmunologia). Storicamente agli inizi degli anni cinquanta, Cannon e Selye sono le due figure a cui si deve il termine di stress. Cannon considerò l’importanza dell’attivazione del sistema nervoso autonomo in risposta ad un evento stressogeno, quindi lo stress veniva definito in base agli stimoli necessari per ottenere queste risposte fisiologiche. Selye invece fu il primo a far partecipare alla definizione di stress il sistema endocrino. Inoltre secondo questo studioso, le manifestazioni si verificano in maniera aspecifica, in seguito a qualsiasi tipo di stimolo ed indipendentemente dal tipo di stimolo.

La M.F.R. è quindi un ponte fra medicina accademica e medicina non convenzionale, si può dire che è una medicina integrata, infatti è suo compito comprendere il senso biologico dei meccanismi di regolazione del soggetto vivente (sistema nervoso autonomo, sistema metabolico e regolazione cerebrale). La M.F.R. oltre ad avere un approccio differente al paziente, perché valutato come individualità biochimica, pone attenzione sulla matrice extracellulare, quel sistema che si occupa del nutrimento delle cellule e della rimozione dei prodotti di scarto.

La maggior parte dei medici funzionalisti italiani fa riferimento alla scuola tedesca, ricca di materiale scientifico sul versante bioenergetico, omeopatico e omotossicologico. Per la medicina convenzionale italiana, quella della mutua e degli ospedali per capirci, il termine “funzionale” il più delle volte non è conosciuto o confuso con le metodiche riabilitative del sistema osteo-mio-articolare o, per coloro che si sono documentati un po’ di più,  è collegato esclusivamente a malattie senza sintomi, psicosomatiche o addirittura immaginarie.

Lo studio funzionale del sistema neuro-endocrino, del sistema immunitario e di quello nervoso autonomo, è nient’altro che la comprensione dei mediatori dell’adattamento alla quotidianità della vita. Questo permetterà al medico di fornire strumenti di osservazione e di ragionamento innovativi in grado di valutare gli effetti cumulativi degli stressor e le capacità da parte del sistema di rispondere alle richieste poste.

La M.F.R. integra le metodologie diagnostiche convenzionali con sistemi di biorisonanza che analizzano la fisiologia energetica del soggetto. Con questi sistemi si riuscirà a cogliere i cambiamenti fisiologici che intercorrono fra disturbi pre-clinici e stressor e lo svilupparsi della patologia conclamata. Il supporto di strumentazione di biorisonanza, agevolerà sia il lavoro di anamnesi che quello di terapia, velocizzando il sistema di sblocco di tutta una serie di interferenze a cui l’organismo potrebbe essere sottoposto, dal semplice stato di intossicazione a quello legato a campi di disturbo alimentare, emozionale, ….

Attraverso la M.F.R si ha la rivisitazione della semeiotica e la valutazione dei primi segnali disfunzionali, in modo da poter intervenire prima che il sistema si cronicizzi su una condotta non consona.

La M.F.R. offre la possibilità di avere un approccio in grado di spiegare la/e causa/e su un problema di salute, senza porre attenzione ed impostare una terapia solo sul sintomo.

La M. F. R., come è stato già detto è supportata da strumentazioni (Check, Audiocolor, Matrix, EmWave, Select), attraverso cui porre diagnosi e terapia utilizzando le leggi della biorisonanza.

Questa modalità terapeutica, negli ultimi anni ha trovato una collocazione importante all'interno di molte squadre sportive (Milan calcio, Novara calcio, Lega Nazionale Pallavolo serie B, Federazione Italiana Fitness, Aironi Italian Rugby, Grande Milan Rugby, Natural Bodybuilding, Fitness Italy, …)

Personalmente questo tipo di approccio al paziente ha cambiato in me, anni fa, la qualità del lavoro e il servizio offerto al paziente. Mi ha dato la possibilità di integrare le varie conoscenze di cui dispongo e di poter utilizzare i vari presidi terapeutici quali supporto nutrizionale, l’omeopatia, la fitoterapia, …. in modo da essere orchestrati da un filo comune che li tiene uniti e cioè la M.F.R. Si comprendono molto di più nel paziente le dinamiche fisiologiche che in quel momento non sono sufficientemente efficienti e si imposta una terapia personalizzata andando a risolvere la causa che sostiene il problema.

E’ sicuramente una modalità terapeutica che pone l’attenzione sul paziente, sulla propria individualità fisiologica, biochimica, emotiva, …

 Dr.ssa Monica Viotto

 
     
 

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Musicoterapia in gravidanza: comunicare con il bambino attraverso la musica

     
   Musicoterapia in gravidanza  
 

Alcune donne in dolce attesa scelgono di frequentare un corso preparto di musicoterapia in gravidanza perché credono fermamente che la musica possa rappresentare un utile strumento non solo per volersi bene, migliorando la relazione con il proprio corpo, ma anche per affrontare la gravidanza con maggiore serenità, nel corpo e nella mente, e per iniziare a comunicare con il piccolo che sta crescendo dentro di loro. In effetti, abbinare a un corso preparto tradizionale anche delle attività musicoterapiche può recare importanti benefici sia alla donna sia al nascituro.

In un feto, il senso dell’udito comincia a svilupparsi solo dalla ventisettesima/trentesima settimana di gravidanza. Attraverso un mezzo universale come quello della musica, vengono proposti alle donne in gravidanza alcuni esercizi di rilassamento e di respirazione che agevolano le future mamme ad abbandonare ansie e stress e a raggiungere e conservare uno stato mentale positivo. Inoltre, durante i corsi, le donne intraprendono un percorso di ascolto del bambino e delle sue reazioni alla musica o alle voci dei genitori.

Nei mesi di gravidanza, la musica può costituire un mezzo di comunicazione, semplice e insieme efficace, tra la mamma e il bambino. Al contempo, dal momento che tutti gli stimoli provenienti dall’ambiente prenatale, infatti, influenzano lo sviluppo del nascituro, anche la musica può contribuire ad aiutare lo sviluppo del sistema nervoso del feto. Sicuramente, il suono “musicale” più importante e veicolo di comunicazione con il nascituro è rappresentato dalla voce dalla voce della mamma: nell’atto di parlare o di cantare la futura mamma porge una vera e propria “coccola sonora” che il bambino è senza dubbio in grado di cogliere. In alcuni corsi preparto di musicoterapia, accanto all’ascolto di musica, gli operatori propongono anche attività di canto prenatale (importanti anche per apprendere le tecniche di respirazione da utilizzare al momento del parto) e di uso spontaneo della voce. In queste sedute entrambi i genitori vengono chiamati a entrare in comunicazione con il piccolo nel grembo materno, imparando a modulare la propria voce, attraverso nenie e filastrocche (non tutte cantate).

Ovviamente le melodie presentate durante il corso hanno un ritmo lento, che ha un effetto tranquillizzante sul feto. La scelta di musiche dolci fa sì che le donne vivano momenti di benessere psicofisico e vengano facilitate l’associazione e la rievocazione di momenti sereni. Spesso gli esercizi di rilassamento e di ascolto della musica vengono accompagnati anche con l'insegnamento di alcune tecniche di rilassamento. Tali tecniche possono essere impiegate anche senza sottofondo musicale; possono quindi tornare utili durante il travaglio e nelle ore del parto, momenti in cui è importante rilassare i muscoli della gestante e avere un buon controllo mentale.

I corsi preparto di musicoterapia in gravidanza sono particolarmente adatti agli ultimi tre mesi della gravidanza, poiché solo in questo ultimo periodo il neonato sviluppa la facoltà dell’udito ed è quindi in grado di avvertire in modo chiaro gli stimoli uditivi. Se la futura mamma decide, invece, di frequentare questi corsi nei sei mesi precedenti, può comunque avere notevoli benefici, imparando le tecniche per il rilassamento e per il controllo dello stress attraverso la musica.

Se cercate un corso di musicoterapia in gravidanza, consultate Ok Corso Preparto, il motore di ricerca italiano dedicato ai corsi preparto e postparto.


A cura di: Ufficio Stampa Ok Corso Preparto

 
     
 

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Purificazione di mente e corpo: il digiuno

     
 

Il termine digiuno deriva dal latino ieiunus, e significa "a stomaco vuoto, digiuno". Indica lo stato di non-assunzione di alimenti, stato che può essere intenzionale o per necessità.

A livello antropologico, la rinuncia volontaria al cibo costituisce uno dei fattori legati al processo evolutivo della specie umana, con l’instaurarsi di una libertà interiore che per altro è all’origine della creazione spirituale dell’uomo. E’ un rito connesso al sacro ed è presente in tutte le culture.

Nel corso dei secoli, tutte le religioni del mondo hanno posto particolare attenzione al rapporto uomo-corpo ed in pratica al digiuno. E’ considerato uno strumento di autocontrollo, un precetto dottrinale, veicolo di levazione, ascesi, richiamo alla sobrietà, a seconda dei diversi contesti religiosi o sociali.

In senso medico è più da considerarsi un momento di purificazione fisica ed emotiva. ll digiuno è l’unico sistema attraverso cui l’organismo si libera dalle tossine, dagli accessi alimentari, dai tessuti malati. Il metabolismo umano infatti si basa su processi di anabolismo (costruzione del sistema) e di catabolismo (distruzione della materia organica che costituisce il sistema).  Ogni alimento viene smantellato ed assorbito. Con il digiuno questo cessa e l’organismo ha maggiori possibilità di incentrarsi sull’eliminazione di tutte le scorie prodotte dall’attività catabolica e digestiva, che accumulandosi creano tossine e tossiemia.

Le persone che scelgono di digiunare stanno facendo un lavoro molto importante su di loro: si prendono cura della propria salute.

Durante il digiuno, non inserendo alimenti nuovi, il corpo si nutre delle proprie riserve e di tutto ciò che è estraneo all’organismo stesso (neoformazioni, …).

Il digiuno è un momento di riposo durante il quale le attività di riparazione dell’organismo si intensificano. Quindi durante il digiuno ogni cellula si auto-ripara. Vengono smantellate le strutture danneggiate o usurate e ricostruite con materiali sani.

L’organismo si riequilibra mantenendo i ritmi e sicuramente migliorandoli.

Il digiuno di più giorni si può iniziare in qualsiasi periodo dell’anno (meglio se si riesce a ritagliare del tempo lontano da impegni lavorativi e con la possibilità di riposarsi ed essere sereni!), purché ci sia parere medico favorevole, mentre il digiuno di un pasto (ad esempio una cena), può essere praticato una volta a settimana seguendo uno schema ben preciso che non indico per evitare il fai-da-te.

 

Aspetti psichici: i cibi e l’alimentazione agiscono sulla sfera affettiva, attivando ricordi ed emozioni. Fermando questo processo si può ottenere una detossificazione psicologica, vissuta come utile pausa. Il cibo è anche la prima esperienza di una realtà esterna, dal quale si dipende e che ha dato l’avio alla formazione e alla crescita della propria personalità.  Durante il digiuno si riducono le forze dell’io, che permetteranno un più intimo rapporto con il sé! L’io si modifica in generale ogni volta che cambiano le abitudini relazionali personali ed ambientali, così pure il nostro modo di essere cambia con le condizioni patologiche di varia natura.

Proviamo a pensare come il cibo ed i pasti segnino la nostra giornata. Il cibo è sensazione, il digiuno porta ad una deprivazione di tutta una serie di stimoli sensoriali. E’ scientificamente dimostrato che una “deprivazione sensoriale” induce una rapida riduzione e disorganizzazione dell’io. Nel caso del digiuno l’io allenta le sue forzature, diventa più disponibile a farsi permeare dalle esigenze profonde e le direttive del sé. L’io quindi non si disgrega, come nelle deprivazioni agli stimoli ambientali, perché comunque persistono tutti gli altri stimoli e le relazioni interpersonali. L’io rimane più plasmabile, più elastico perdendo durezza e rigidità!

Il pasto ritma le nostre giornate e fa parte dei riti quotidiani e delle occasioni sociali. Il digiuno modifica le abituali relazioni interpersonali ed i rapporti con l’ambiente. In tutto questo cambia anche la ritmicità fisiologica del sistema (digestione, assimilazione, …), tutto questo viene profondamente modificato anche a livello biochimico e a livello cerebrale, in una parola, cambia la totalità dell’ambiente interno e la percezione del proprio corpo!

La maggiore elasticità dell’io fa affiorare aspetti psicopatologici compensati e mascherati, che talune volte non sono neanche consapevoli. Si vede lo sblocco di cariche emotive bloccate. Si acquista maggiore consapevolezza del sé (per minore interferenza dell’io) e ci si arricchisce e si evolve.

Durante il digiuno ci può essere la superficializzazione di paure, ansie, …, sono comunque crisi benefiche, anche se adeguatamente gestite, perché tappe importanti per raggiungere un più saldo ed armonico equilibrio. Diversamente le persone che sono fortemente disturbate è buona regola farle digiunare con cautela, in quanto possono andare incontro a profondi scompensi. Questa è una delle tante ragioni per cui è bene che il digiuno sia condotto da un medico preparato in tal senso (teoricamente solo i medici Kousmine sono preparati per gestire un digiuno anche in gravi patologie, in cui l’anamnesi e l’esame obiettivo lo consentono!).

Anche i ricordi e gli episodi del passato possono riaffiorare. Si ha notevole miglioramento della memoria e della concentrazione, così pure migliorano le capacità logiche e quelle intuitive.

 

Aspetti fisici: durante il digiuno l’organismo si nutre di se stesso (= autofago). In questa condizione si potenzia la capacità da parte del corpo di ridistribuire le proprie energie e polarizzare le stesse verso le funzioni più necessarie. In questa maniera utilizza tessuti degenerati, invecchiati in abbondanza e contemporaneamente vengono eliminate le tossine. Nel periodo di assenza di cibi l’organismo si rigenera anche sotto il profilo fisico. Si verificano tutta una serie di reazioni fisiche legate allo stato di disintossicazione (lingua bianca, sapore cattivo in bocca, odori corporali sgradevoli, …).

Durante il digiuno si aumenta lo stato di acidosi del sistema, quindi molto importante bilanciare tale situazione, per impedire sintomi poco simpatici. Durante il riposo alimentare, si formano corpi chetonici (sintetizzati dal fegato a partire dall’ossidazione dei grassi, dal metabolismo delle proteine e degli zuccheri, vengono utilizzati da diversi tessuti per produrre energia) e questo fenomeno è quello che apparentemente spaventa di più, in realtà è necessario per poter digiunare a lungo in condizioni fisiologiche. La fame scompare nel giro di 2-3 giorni.

E’ necessario assumere quantità di acqua sufficiente, per garantire un buon funzionamento del rene.

Paradossalmente il corpo è più in grado di affrontare periodi lunghi di digiuno che diete fortemente squilibrate.

Gli esami ematochimici hanno evidenziato che lo stress ossidativo si dimezza in sei giorni di digiuno.

 

Non mi soffermo sul metodo perché, come ho detto in precedenza, potrebbe diventare una procedura pericolosa. La pratica può essere di un giorno la settimana o periodo più lunghi (7-15 giorni o anche più in base ai livelli di intossicazione). Il metodo Kousmine, ad esempio, prevede insieme al digiuno, la pratica degli enteroclismi, per migliorare la disintossicazione. E’ buona norma precedere il digiuno con un regime alimentare che andrà diminuendo, passando da cibi solidi a cibi liquidi.  Ovviamente durante il digiuno non si fumerà, né si berranno caffè, tisane, …

Importante curare la ripresa dell’introduzione del cibo. Ci sono schemi ben precisi da seguire, per evitare effetti dannosi sull’organismo. L’appetito torna fisiologicamente, ma va ben gestito.

 

Prima di intraprendere un digiuno è sempre importante valutare le condizioni di salute del soggetto per evitare d’incorrere in spiacevoli rischi o disturbi.

Importante poi riuscire a rimanersi disintossicati, seguendo una vita sana (regime alimentare corretto, ore di riposo consone ed attività fisica).

 

 Dr.ssa Monica Viotto

 
     
 

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Peritonite infettiva felina

La peritonite infettiva felina, PIF o FIP (Feline infectious peritonitis ) è una patologia che interessa la specie felina in genere, e sembrerebbe essere ad oggi, l'infezione che causa il maggior numero di decessi nei gatti.

L'agente infettivo responsabile dell'eventuale sviluppo della FIP sembra essere il coronavirus felino FCoV, molto diffuso e normalmente innocuo nel senso che il gatto s'infetta, ospita FCoV per uno/due mesi, il sistema immunitario risponde ed il virus viene eliminato.

A parte l'esame istologico degli organi colpiti e l'esame autoptico (post-mortem), non esistono test in grado di confermare un sospetto clinico di FIP. In caso di sintomi sospetti è opportuno esaminare l'animale e la storia clinica (età, ambiente di provenienza, fenomeni stressanti, sintomi e decorso compatibili con FIP) nonché utilizzare un pannello di esami specifici.

Una percentuale superiore al 90% dei gatti ha avuto modo di ospitare FCoV, ma solo una percentuale non superiore al 15% sviluppa la FIP. Questo sembra essere dovuto alla risposta immunitaria non appropriata di alcuni soggetti, ed a causa di ciò l'innocuo FCoV muterebbe andando a provocare vasculiti negli organi del soggetto colpito. Le vasculiti provocano a loro volta versamenti addominali e pleurici o granulomi sulle sierose e negli organi parenchimatosi.

La FIP è quindi una vasculopatia (infiammazione dei vasi sanguigni) e non un'infiammazione del peritoneo. I sintomi che il gatto accuserà sono legati agli organi colpiti attraverso l'infiammazione dei vasi sanguigni che li irrorano.

La fascia di età interessata maggiormente da questa patologia è al momento fissata tra i tre mesi ed i cinque anni. Poiché una delle cause della mutazione del coronavirus sembra attribuibile ad un indebolimento del sistema immunitario, rientrano tra i soggetti a rischio anche i gatti anziani.

Per ovvie ragioni è sicuramente più diffusa laddove vi siano numerosi esemplari che convivono nello stesso ambiente o territorio, quindi colonie, allevamenti, pensioni. Il persiano sembra geneticamente predisposto ad esserne colpito (altrettanto vero che gli allevamenti di persiani sono assai più numerosi rispetto agli allevamenti di altre razze).

La FIP viene distinta nella forma effusiva (umida) o non effusiva (secca).

FIP effusiva (umida)

Questa è la forma più classica e diffusa della FIP. I vasi sanguigni sono compromessi al punto da far si che il fluido fuoriesca da essi invadendo così la cavità addominale o toracica. Nel caso in cui sia invasa la cavità addominale si avrà un rigonfiamento importante dell'addome della grandezza anche di un melone nei cuccioli, e di un pallone negli adulti (addome a botte). Nel caso invece in cui il versamento interessi il torace, il fluido riduce la capacità dei polmoni di espandersi ed il gatto manifesta gravi difficoltà respiratorie.

Oltre ad essere la forma più classica, è altresì la più veloce nel condurre alla morte il soggetto colpito (in genere non supera i due mesi dai primi sintomi).

FIP non effusiva (secca).

Questa forma implica sintomi clinici vaghi tra cui inappetenza rapido dimagrimento e compromissione della lucentezza del pelo. Può verificarsi ittero e patologie dell'occhio quali forme di uveite. Possono sopraggiungere altresì problemi neurologici quali atassia o epilessia o tremori del capo.

DIAGNOSI DELLA FIP, PROFILI DELLE FORME E CURA DELLA FIP

La FIP si sviluppa in modo ancora non chiaro, ragione per cui ad oggi non esistono test specifici per verificare o meno la positività di un gatto alla malattia; è possibile SOLO rilevare se il gatto è entrato in contatto con il virus FCoV, non se è affetto da FIP.

Trattandosi di una patologia non diagnosticabile se non post-mortem, è utile dirigersi innanzitutto verso altre possibili patologie ove i sintomi del malessere del proprio gatto possano condurre, e non fermarsi alla prima diagnosi di FIP eventualmente avanzata dal vostro veterinario, evitando nel contempo di sottoporre l'ammalato ad esami stressanti ed invasivi.

Gli esami da prendere in considerazione sono: l'esame emocromocitometrico, che evidenzia modica anemia e diminuzione dei linfociti, l'elettroforesi delle proteine, che evidenzia aumento di proteine totali, alfa e gamma globuline ed il dosaggio dell' alfa1-glicoproteina acida (AGP), che aumenta.

Nella forma umida si può anche esaminare il versamento, che appare giallo e denso, ha un elevato peso specifico ed è ricco di proteine e alfa-globuline. L'esame citologico del versamento potrebbe rivelare un quadro infiammatorio in atto e può essere utile ricercare i FCoV all'interno dei macrofagi mediante immunofluorescenza o immunoistochimica.

Nelle forme secche è invece altamente utile una diagnosi diretta delle lesioni su campioni d'organo (es. fegato o rene) raccolti mediante biopsia possibilmente corredata da immunoistochimica per FCoV positiva.

Per le modalità di diagnosi, il profilo della forma effusiva, il profilo della forma non effusiva, e l'attuale protocollo di cura della FIP, si rimanda al sito della Dr. Addie dell'Università di Glasgow (UK), la quale si occupa della ricerca sulla FIP sin dal 1987, e dal cui sito è stato tratta gran parte di questo articolo.

Il sito (in inglese) della Dott.ssa Addie è completo e soddisfacente, nonché di facile comprensione anche per un profano, e fornisce elementi utili alla comparazione degli esami di laboratorio, e non solo, ai fini di una diagnosi di sospetta FIP.

Sito web: http://www.dr-addie.com

Dott. Carlo Giulianelli

Medico Veterinario 

Torino 

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I benefici della danza del ventre in gravidanza

     
   Danza del ventre in gravidanza  
 

Tra i corsi preparto da cui una donna in stato interessante può ottenere numerosi benefici ve ne è in particolare uno, caratterizzato da movimenti dolci, fluidi e lenti del bacino e della zona pelvica, l’ideale per le future mamme che non vogliono rinunciare alla loro femminilità anche durante la gravidanza. Stiamo parlando della danza del ventre in gravidanza, un corso preparto in cui è possibile tonificare dolcemente e senza eccessivi sforzi i muscoli pelvici e quelli addominali attenuando i caratteristici dolori di schiena, tipici della gravidanza.

In un corso preparto di danza del ventre si combinano perfettamente la ricerca della sintonia con il pancione con l’utilità di esercizi mirati ad una zona specifica del corpo, quella pelvica e del bacino, che è quella che, insieme alla colonna vertebrale, risente maggiormente del peso del pancione.

Il corso preparto di danza del ventre è in voga da qualche anno, ma questo tipo di danza caratterizzata da movimenti circolari e lenti può essere considerata come la più antica forma di preparazione al parto: non a caso, infatti, il lavoro muscolare che viene eseguito nella parte del bacino permette alla donna di vivere con maggiore consapevolezza i cambiamenti del proprio corpo, favorendo anche la costruzione di una relazione con il bambino.

Ma i vantaggi del corso preparto di danza del ventre non finiscono qui: infatti, da un lato vi sono benefici che interessano il corpo della futura mamma, che ottiene dai movimenti della danza del ventre anche una maggiore tonificazione dell’addome e della muscolatura dorsale, utilissima anche al momento del parto. Inoltre, attraverso questi esercizi si possono in qualche modo limitare i tipici disturbi della gravidanza, come l’incontinenza di cui soffrono molte gestanti. Dall’altro lato, poi, vi sono anche benefici di carattere psicologico: infatti, generalmente i corsi preparto iniziano e terminano con una fase di rilassamento che consentono alla futura mamma di mantenere uno stato mentale positivo e tranquillo.

Ma cosa serve per frequentare un corso preparto di danza del ventre? Possono accedervi tutte le donne in stato interessante o vi sono dei vincoli?

Come abbiamo anticipato, questo tipo di corso preparto è aperto a tutte le donne che vogliono combinare il rilassamento con esercizi mirati a tonificare la muscolatura pelvica e dorsale, non solo allo scopo di sostenere meglio il peso del pancione, ma anche per rendere più facile l’espulsione durante il parto. La danza del ventre è aperta anche alle donne che hanno già partorito, perché durante i corsi post parto essa aiuta a riabilitare la zona del perineo.

Per accedere ad un corso di danza del ventre in gravidanza è necessario ottenere l’autorizzazione del proprio ginecologo che dovrà rilasciare un certificato medico per attività sportiva di tipo non agonistico. Per quanto riguarda l’occorrente, è sufficiente indossare abiti comodi, calzini antiscivolo, un foulard di medie dimensioni, ed una bottiglietta d’acqua.

Se vuoi saperne di più su questo e su altri corsi preparto visita Ok Corso Preparto, il motore di ricerca numero 1 per i corsi preparto e postparto in Italia, che troverai a questo indirizzo: www.corso-preparto.it!


A cura di: Ufficio Stampa Ok Corso Preparto

 
     
 

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