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I fiori di Bach in medicina veterinaria

I Fiori di Bach sono 38 preparati a base di fiori e piante (in effetti sono 36 le varietà di fiori oltre alla gemma dell’ippocastano e all’acqua sorgiva di fonti note per le loro particolari proprietà), utilizzati come sussidi naturali nelle situazioni di disagio emotivo, secondo l'intuizione di un medico di origini gallesi, il Dr. Edward Bach, vissuto in Gran Bretagna nei primi anni del secolo scorso. 

• Ogni singolo principio floreale corrisponde ad un particolare stato emozionale, così come percepito dalla straordinaria sensibilità del Dr. Bach. Egli fu pioniere nell'intuire che, attraverso quella sorta di dialogo esistente tra cervello e sistema immunitario, la selezione e l'assunzione di una o più essenze, a seconda dello stato d'animo dell’individuo, favorisce il riequilibrio interiore e, attraverso questo, il mantenimento o la riconquista di uno stato di salute fisica e mentale ottimale. 

• È particolarmente interessante il fatto che, seguendo gli stessi principi del Dr. Bach, questi rimedi possano essere somministrati ai nostri animali quando ci accorgiamo dei loro cambiamenti di umore 

I Fiori di Bach sono certamente un preparato naturale, non invasivo né tossico. 

È consigliabile diluire le essenze in acqua prima dell'uso. 

I Fiori di Bach contenuti nel flacone hanno una percentuale di alcool della quale bisogna tener conto anche se non sono stati segnalati casi di intolleranza. Nella preparazione personalizzata, con più fiori insieme, è consigliabile, in campo veterinario, non aggiungere ulteriore alcool come conservante. 

È sempre consigliabile, inoltre, chiedere al veterinario di fiducia se l'animale è allergico a qualche principio vegetale o sta prendendo medicine per cui l'assunzione delle essenze potrebbe avere delle controindicazioni. 

Consulta sempre un veterinario qualificato in caso il tuo animale sia malato o mostri improvvisi cambiamenti nel comportamento. 

Consigli per l’uso 

Spesso i Fiori di Bach vengono somministrati agli animali con il cibo, ma è senz’altro preferibile versarli direttamente nella ciotola dell’acqua o, per animali di grossa taglia come i cavalli, direttamente nell’abbeveratoio. 

Certamente il modo migliore è la somministrazione diretta all’interno della bocca, attraverso una pipetta o un contagocce. 

Con animali particolarmente sospettosi o ribelli alla somministrazione, si può versare qualche goccia sul naso o sulla zampa, dove poi si leccherà. 

Non va trascurata anche la somministrazione per via cutanea, versando le gocce sopra le orecchie o tra le scapole. 


Dott. Carlo Giulianelli

Medico Veterinario 

Torino 

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I probiotici, questi conosciutissimi sconosciuti nemici delle allergie

I probiotici (dal greco pro-bios: a favore della vita)  sono un concentrato di batteri "buoni" in grado di convivere pacificamente con i loro simili già presenti nell'intestino, potenziandone addirittura l'effetto, e di contrastare l'azione di ospiti indesiderati come germi e virus. Ciò che li differenzia dai fermenti lattici presenti negli yogurth tradizionali è la capacità di resistere all'ambiente caldo dello stomaco, raggiungendo l'intestino ancora vivi e vitali. I probiotici arrivano a colonizzare l'intestino stratificandosi a miliardi sulla mucosa intestinale, dove si trova la flora batterica e dove "abitano" le difese immunitarie. Si forma così una barriera protettiva che aiuta a tenere lontani i nemici provenienti dall'esterno. 

Complici il forte inquinamento dell'ambiente in cui viviamo, l'eccessiva igiene della società moderna (avete letto bene: eccessiva) e la presenza massiccia negli alimenti che introduciamo ogni giorno di sostanze alimentari nocive (dai pesticidi ai coloranti, dai conservanti agli addittivi, etc), nonchè l'abuso di farmaci, le malattie nei paesi industrializzati sono in continuo aumento, in particolare tra i bambini. A preoccupare è l'incremento di malattie come asma, rinite allergica e dermatite atopica. La percentuale di bambini allergici in Italia negli ultimi vent'anni è triplicata. La forma più diffusa è la rinite allergica, che colpisce il Italia il 35% dei ragazzi di 13-14 anni, Subito dopo compare l'asma ( 9,5%). Ma ci sono anche le allergie alimentari, anche queste sempre più diffuse, e quelle indotte da acari, metalli, peli di animali, punture di insetti, fumo, detersivi, cosmetici e quelle favorite dall'inquinamento atmosferico in casa (indoor, come quello causato dal riscaldamento ad aria o a pellet) e fuori casa (outdoor, rappresentato dalle polveri sottili). Infine vanno considerate quelle provocate da un alto livello di stress che compromette la risposta immunitaria. Questi numeri crescenti hanno indotto i ricercatori a studiare nuove forme di prevenzione. Una delle quali è proprio quella che prevede il trattamento preventivo con probiotici.

Già da anni si parla del ruolo dei probiotici nel rafforzamento del sistema immunitario, ma è solo di recente che l'uso di questi che sono organismi vivi come cura preventiva delle allergie, e in particolare dell'eczema, ottiene per la prima volta l'approvazione dell'OMS. Secondo i dati delle sperimentazioni, la somministrazione di probiotici in gravidanza e durante l'allattamento ridurrebbe significativamente il rischio di sviluppare allergie, ed in particolare eczema e dermatite atopica.

E' sul forte legame esistente tra la flora intestinale e difese immunitarie  che si basa la terapia preventiva a base di probiotici. L'intestino rappresenta infatti un "fronte" immunitario in continuo contatto con l'ambiente esterno: ospita il 90 % delle cellule di difesa di tutto l'organismo. Per regolare la risposta immunitaria è fondamentale  quindi conservare l'intestino attivo e "pulito" da batteri ed eventuali focolai infiammatori. il primo effetto benefico per il bambino dal'assunzione regolare di probiotici è a  livello intestinale, con un riequilibrio della microflora intestinale e un miglioramento di tutte le funzioni dell'intestino: dalla digestione, all'assorbimento di nutrienti all'eliminazione di sostanze inutili o nocive. 

La cura con i probiotici, per garantire effetti positivi e desensibilizzanti nei confronti di allergie va seguita per almeno 2 mesi. Specie al cambio stagione. 

Il vostro medico o pediatra di fiducia saprà indicarvi il migliore per il caso di specie.

Dr. Angelo Carli

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Cosa mettere nella valigia per l'ospedale

     
  Valigia  
 

Per prepararsi nel migliore dei modi alla nascita del bebè è molto importante frequentare un corso preparto: questo percorso di preparazione al parto è utile, infatti, non solo dal punto di vista della preparazione fisica al travaglio, ma anche dal punto di vista psicologico, perché consente alla futura mamma di comprendere ed assecondare i cambiamenti del proprio corpo e cosa sta accadendo nella sua vita. Tra gli elementi utili appresi durante un corso preparto, vi è anche l’argomento relativo alla preparazione di tutto ciò che serve per accogliere il bimbo nella sua nuova vita: dalla preparazione della cameretta e del corredino all’organizzazione della valigia per l’ospedale, con tutto ciò che serve per accogliere il neonato nei primi giorni di vita e per la sua permanenza in clinica.

Proprio quest’ultimo punto è molto importante: in genere, durante i corsi preparto, alle gestanti viene fornita una lista di elementi, oggetti e indumenti utili per il ricovero in ospedale, sia per il bebè sia per la futura mamma. Questa lista è variabile a seconda della struttura: per esempio, se in alcuni ospedali i pannolini vengono forniti dalla struttura stessa, in altre cliniche potrebbe non essere contemplato, e pertanto è utile verificare con l’ospedale. Inoltre, per una corretta organizzazione della valigia per l’ospedale, si consiglia di prepararsi almeno a partire dal settimo mese di gravidanza, e di prediligere un borsone morbido, perché la sua flessibilità lo rende più adatto agli spazi degli armadi di un ospedale.

Ma quali sono gli oggetti da mettere in valigia?

Per la futura mamma, si consiglia di portare, oltre camicie da notte o pigiami aperti sul davanti per rendere più semplice l’allattamento, coppette salvalatte e reggiseni per allattamento. Per il momento del travaglio conviene anche portare dei calzini: data la sua durata, è possibile infatti che la gestante senta freddo ai piedi. Inoltre, si consiglia di portare con sé oggetti utili per l’igiene personale (tra cui anche gli assorbenti per il post parto), asciugamani morbidi, uno spray disinfettante, un lucchetto per l’armadio, ed eventualmente libri, riviste o lettori mp3 per distrarsi e rilassarsi. Da non dimenticare anche i documenti (sia personali che della gravidanza, come la tessera sanitaria, la carta d’identità ed i vari esami ginecologici), ed i caricabatterie per il cellulare o per il tablet.

Per il bebè, si consiglia un numero di cambi per ogni giorno di degenza, senza dimenticare un cambio per l’uscita dall’ospedale: gli indumenti (tutine) devono essere freschi e leggeri in estate, meglio se in cotone, ed in ciniglia per l’inverno. Importante anche una copertina, degli asciugamani morbidi, un berretto, body, calzine, bavaglini, e prodotti per l’igiene personale, come salviettine umidificate, detergenti, forbicine per le unghie, e degli asciugamani morbidi.

Sei alla ricerca di una struttura per il corso preparto adatta a te? Collegati al sito www.corso-preparto.it, il motore di ricerca numero 1 per i corsi preparto e postparto in tutta Italia!

 

A cura di: Ufficio Stampa Ok Corso Preparto

 
     
 

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Lo zafferano rigenera le cellule e solleva l'umore

Lo zafferano ( Crocus sativus) è costituito dagli stimmi  ( parti superiori dei pistilli, organo riproduttivo femminile della pianta). La raccolta, ma anche la coltivazione avviene a mano e questo, insieme alla bassa resa ( 150 fiori = 1 g di spezia) , spiegano il costo elevato della spezia. Molto aromatico, lo zafferano possiede diverse proprietà salutari; esso contiene infatti elevate quantità di sostanze antiossidanti della famiglia dei carotenoidi, come zeazantina, licopene e betacarotene; più specificatamente, tra le sostanze benefiche per l'organismo contenute nello zafferano ci sono la crocina e il safranale, utili per contrastare i radicali liberi prodotti dall'organismo, e poi vitamine B1 e B2 , necessarie per la crescita e l'ossigenazione cellulare.

Indicato per attenuare disturbi urinari e digestivi, lo zafferano è molto studiato anche per la capacità di contrastare i disturbi dell'umore. Uno studio iraniano presso la Mashad University of Medical Sciences e pubblicato su Journal Affective Disorders ha dimostrato che la Crocina contribuisce a ridurre i sintomi del disturbo depressivo maggiore; impiegata per un mese, la spezia è stata infatti associata ad una diminuzione di ansia e basso tono dell'umore. 

Aggiungere lo zafferano ai nostri piatti è cosa semplice e si può fare con cereali ed ortaggi. Ottimo sarebbe un cous cous con proprietà antiossidanti. Ci va una bustina per ogni tazza di cous cous oltre a zucchine e ceci lessati. Alimento utilissimi per l'umore. 

Dr. Angelo Carli

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La coppia perfetta

Il rapporto di coppia è spesso una relazione speculare nella quale ogni partner tende a cercare l'approvazione dell'altro o, in certi casi, punta a sopraffarlo con il fine di omologare sempre più strettamente la coppia ad un modello predefinito. In altri casi, è invece la profonda differenza tra i partner che scatena timori, gelosie, sospetti così forti da far esplodere il rapporto o chiuderlo in modo intollerabile. Ovviamente uno sbilanciamento del genere non è benefico, perchè significa che i partner tendono ad annullare nel nome della coppia la propria personalità individuale: il pericolo è che, così facendo, la relazione si trasformi in una gabbia asfittica e scarsamente dinamica.

In quali casi si possono intravedere le prime avvisaglie di una crisi di coppia imminente? Quando subentra l'abitudine: la noia è uno dei nemici più temibili del legame a due perchè appiattisce la vita, l'Eros, i discorsi, i progetti e in definitiva tutte le scelte del partner. Quando la persona con cui si vive diventa troppo prevedibile, se appare ogni giorno più scontata, sempre la stessa, allora il rapporto comincia a vacillare. E si finisce che non si gioca, non si ride, non si scherza più. Il gioco è il "sale" di tutti i rapporti, non solo di quelli di coppia. Una battuta detta al momento giusto scioglie le tensioni e saper ridere rende più simpatici, se non addirittura attraenti. Il saper far sorridere, l'aver voglia di scoprire, di giocare, di stupire, di sorprendere il partner è uno dei segni più importanti dell'amore. Succede, però, che a volte si diventi competitivi e allora è l'inizio della fine: se il legame diventa una battaglia continua, significa che i partner vivono la coppia come un'occasione di distruzione e non d'amore. Sono i casi in cui,pur essendo insieme, ci si affanna per far  primeggiare (troppo) le singole individualità, perdendo di vista le fondamenta comuni del rapporto. E infine, uno dei sintomi più preoccupanti è quando non si è più "naturali": esistono coppie che fin dall'inizio si reggono sul fatto che i partner recitino una parte funzionale all'esistenza del rapporto. Per esempio lui è un collerico... ma per il bene della coppia non scoppia mai. Oppure lei amava da morire andare a ballare, ma da quando sta con lui afferma che la danza non le interessa più.... Sono tutti comportamenti  falsi e innaturali che con il tempo ,crepa dopo crepa, portano alla rottura.

La coppia sana si forma e cresce in maniera naturale e vive il rapporto quotidiano nel nome del dialogo, dello scambio di vedute e di pareri e della continua scoperta non solo interna alla coppia ma che la coppia pone in essere anche per l'esterno condividendo la scoperta del "mondo" insieme.  Una coppia felice non ha obiettivi da raggiungere: quanto più un rapporto è fondato su uno scopo (fare dei figli, comprare una casa, pagare il fondo pensione....) più la coppia diventa arida e poco creativa. Una coppia felice cerca di "navigare" il più a lungo possibile " a vista"... se si fa carico di troppi progetti, di troppe aspettative, perde di vista la fantasia, l'improvvisazione, la leggerezza, valori che sono imprescindibili in una coppia dinamica. Non si possono passare le giornate pianificando il domani, sacrificando l'oggi per future felicità.... il domani potrebbe non esserci! Vale sempre la pena di ricordarcelo e di vivere le emozioni del presente sino in fondo, con complicità e passione.  La coppia è felice anche quando non è il "banco di mutuo soccorso"..."senza di te non saprei vivere"... è la classica frase che lascia intendere che il rapporto sia in realtà una stampella emotiva. Se è vero che in alcuni casi la relazione di aiuto (peraltro più che lecita) si realizza all'interno della coppia va tuttavia detto che questo non può e non deve essere il fulcro del rapporto: una coppia è felice quando i partner non stanno insieme per "bisogno", altrimenti è  destinata a morire, poichè uno dei due prima o poi sarà visto come un "peso", limitando libertà e movimenti dell'altro, che proprio perchè assillato da responsabilità che non dovrebbe né avere né vivere , prima o poi sarà destinato a stancarsi o a scappare verso lidi più liberi e leggeri.

Una coppia non può fermarsi... è una entità in continua evoluzione, dinamica e viva, che si trasforma ogni giorno. Se invece si ferma dentro un modello, arriva alla pacifica convivenza... allora è sempre a rischio. Insomma, la coppia è fonte di felicità quando è costituita da individui autonomi, capaci di essere indipendenti, che la portano a fluire e modificarsi con il ritmo della vita, senza sforzarsi di renderla "eterna". E' necessario che entrambi i partner conservino, pur nell'ambito della relazione, degli spazi assolutamente personali, dedicati agli hobbies, alle passioni, allo sport... specie se queste appassionavano anche prima dell'incontro.  Il nostro uomo o la nostra donna, è un compagno di viaggio e ci ama per come ci ha conosciuto: se rinunciamo a noi stessi credendo di rafforzare il rapporto siamo sulla strada giusta per seppellirlo. E non ostiniamoci a riempire di parole tutti gli spazi comuni con il partner... una coppia che funziona condivide non solo il dialogo ma anche il silenzio... saper stare nella stessa stanza con occupazioni diverse e in silenzio senza darsi fastidio o sentirsi infastiditi dalla presenza dell'altro è sempre segno che la coppia gode di buona salute. In un rapporto di coppia ci sono momenti per parlare e altri per tacere...anche lo scambio verbale di coppia ha i suoi precisi equlibri, i suoi tempi, i suoi momenti: saperli dosare è fondamentale per la sopravvivenza a due! 

Dr. Angelo Carli

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Le piante medicinali neurosedative

Neurosedativi” sono quei medicamenti che agiscono sul sistema nervoso con azione calmante e moderatrice. Sono, per semplicità clinica, suddivisi in quattro principali categorie a seconda della loro specifica attività: depressori del sistema nervoso, antispasmodici, ipnotici ed analgesici.

I depressori del sistema nervoso combattono l’eccessiva eccitabilità provocando una diminuzione dell’attività riflessa e della sensibilità; possono inoltre far diminuire l’attività intellettuale e favorire il sonno. Possiedono in grado diverso queste capacità Hyoscyamus niger ( Giusquiamo nero ), Passiflora incarnata, Valeriana officinalis, Humulus luppulus (Luppolo), Lavanda angustifolia, Anthemis nobilis (Camomilla romana) e Matricaria chamomilla (Camomilla comune). 

Il Giusquiamo nero è una solanacea con caratteristiche chimiche e biologiche, simili alla Belladonna (alcaloidi principali: iosciamina, scopolamina, atropina), tossicità equivalente ma attività parasimpaticolitica inferiore per cui praticamente utilizzata soltanto in terapia omeopatica.  Le foglie ed i semi erano e sono utilizzati  come allucinogeni, per cui molti Paesi hanno vietato la coltivazione e promulgato l’estirpazione delle piante spontanee. L’uso cosmetico, in Italia, è vietato. E’ una pianta medicinale indicata da un punto di vista terapeutico come sedativa del sistema nervoso centrale, consigliata in caso di nevrosi spasmodiche quali agitazioni dei pazienti psichiatrici, melanconie ansiose, tremori da Parkinson. Per la sua azione analgesica e specifica sul nervo vago, il giusquiamo è anche indicato negli spasmi esofagei, gastrici, vescicolari, intestinali. Si somministra in polvere, tintura, pillole od enteroclisma. La pianta , per la sua elevata tossicità, va utilizzata con molta cautela e solo sotto stretto controllo medico.

La Passiflora è una passifloracea indicata per calmare gli stati di eccitazione nervosa come angoscia, isterismo, palpitazioni, disturbi nervosi della menopausa; ha inoltre proprietà antispasmodiche sonnifere. A scopo sedativo si utilizza in polvere, tintura od estratto fluido. Questa pianta rampicante dal fusto legnoso e dai fiori caratteristici, presenta foglie alterne lungamente picciolate, orbicolari o cordate alla base e profondamente divise in tre lobi ovali-acuti, finemente dentati, il cui centrale è il più sviluppato. La droga è costituita dai fusti legnosi muniti di foglie.  Contiene olio essenziale, notevoli quantità di flavonoidi, cumarine, fenoli acidi, fitosteroli. E’ cautamente sconsigliato il suo impiego durante la gravidanza e l’allattamento perché dosi massicce potrebbero essere controindicate per l’eventuale presenza di sostanze stimolanti uterine chiamate armaline, anche se la loro concentrazione varia molto a seconda dei luoghi d’origine e dello stadio di sviluppo della pianta al momento della raccolta. E’ una droga che può essere vantaggiosamente associata a salice bianco, biancospino, valeriana e melissa.

La Valeriana appartiene alla famiglia delle Valerianaceae, piante erbacee o suffruticose a foglie opposte e fiori disposti in infiorescenze cimose. Le principali sostanze conosciute a cui può essere attribuita l’attività sono sesquiterpeni ed iridoidi. E’ indicata come priva di tossicità; bisogna però ricordare che i valepotriati, in vitro, sono inibitori degli acidi nucleici, citotossici, mutageni e genotossici. Anche se nell’uomo il rischio è trascurabile, la maggior parte degli autori ne sconsiglia fortemente l’utilizzo in gravidanza. E’ una pianta ad azione multipla: sedativa in casi di ipereccitabilità psichica o sensoriale ed antispasmodica. La droga è costituita dalle radici e dal rizoma, che sono di colore bruno chiaro. Il rizoma breve e tozzo presenta nella parte inferiore numerose radici sottili e fragili, che gli si attorcigliano intorno mascherandolo. La frattura delle radici è netta e presenta un colore interno tendente al giallastro. La droga essiccata ha un caratteristico sapore valerianico ed è di sapore amaro. E’ indicata in tutte le forme di nevrastenia, nevrosi isteriche, ipereccitabilità psichica e sensoriale, nelle vampate da calore da menopausa, nell’insonnia. Come sedativo si somministra in polvere, tintura, pillole o sciroppo. Le cure a base di valeriana debbono essere praticate per periodi di 10 giorni, intervallati da 3 settimane di riposo, e ciò per evitare da una parte l’assuefazione e dall’altra la dipendenza. Come neurosedativo generale ed antinevralgico, è utile una terapia a base di valeriana e giusquiamo. Le proprietà sedative e miorilassanti delle radici di valeriana sono state confermate da numerosissimi studi farmacologici e clinici. Anche l’attività ipnotica è stata dimostrata in varie sperimentazioni cliniche controllate con placebo. Inoltre, diversamente da molti farmaci sedativi, non esiste alcun effetto sinergico fra le attività deprimenti della valeriana e quelle dell’alcool sul sistema nervoso centrale. E’ pertanto utilizzabile anche nel contrasto dei sintomi psichici della dipendenza da alcol, ovviamente evitando l’utilizzo della tintura madre.

Il Luppolo appartiene alle Cannabaceae  ed è un’erba perenne dioica a fusto volubile, con foglie profondamente divise in tre - cinque lobi ovali, acuti all’apice e dentati. I fiori femminili sono raggruppati in coni riuniti in grappoli alle estremità dei rami. Ciascun cono ovoide è costituito da numerose brattee fogliacee, giallastre e membranose a maturità, che si ricoprono l’un l’altra e che portano numerose ghiandole contenenti un’oleoresina di colore giallo-arancio: tali ghiandole rappresentano la droga e si presentano come una polvere granulosa, detta luppolino, dall’odore forte e dal sapore amaro.  E’ un leggero sedativo ed un tonico amaro gastrico, per la presenza di principi chetonici come l’humulone e il luppolone. Contiene inoltre estrogeni ed antiandrogeni. Per la sua azione neurosedativa, si utilizzano i coni polverizzati.

La Lavanda appartiene alle Labiatae ed è un blando sedativo che contiene, nelle sue infiorescenze, derivati terpenici ad azione sedativa sul sistema nervoso centrale. E’ consigliato il suo utilizzo non in infuso ma con la polvere delle infiorescenze.  La lavanda è un frutrice odoroso con rami legnosi alla base, erbacei e quadrangolari nella parte apicale. I fusti fioriferi portano lunghi spicastri con fiori piccoli, brevemente peduncolati con calice grigio bluastro e corolla blu-violetta bilabiata. 

La Camomilla romana è un’erba delle Asteraceae talora coltivata nei pressi di Roma, donde il nome di camomilla “romana”. I fiori sono riuniti in capolini del diametro di 1-2 cm caratterizzati da un involucro esterno di brattee verdi, da numerosi fiori femminili ligulati e bianchi nel raggio, e da fiori ermafroditi tubulosi e gialli nel disco, che è molto piccolo. L’odore è aromatico, caratteristico e diverso da quello della camomilla comune; il sapore è amaro. Contiene un olio essenziale il cui principale componente è il camazulene. E’ un sedativo molto blando, da assumere sotto forma di infuso.

La Camomilla comune è un’erba molto diffusa i cui fiori sono riuniti in capolini del diametro di 1-2 cm e sono simili a quelli della camomilla romana: queste due piante si distinguono per il ricettacolo che non è pieno e fornito di squamette, per  le ghiandole che  non sono corte, lucenti e gialle, e per il rivestimento delle brattee. L’odore è aromatico, il sapore è amarognolo. L’olio essenziale contiene camazulene in quantità maggiori rispetto alla camomilla romana.  Gli usi ed i modi di somministrazione sono gli stessi della camomilla romana: è un blando sedativo che trova inoltre impiego per usi riconosciuti anche in altri Paesi, come antinfiammatorio ed antispasmodico nelle coliche e crampi di stomaco, utero ed intestino. La reale azione della camomilla, sia romana che comune, è tuttavia molto dubbia.

Gli antispasmodici sono sedativi che possiedono un’azione diretta sulle fibre muscolari lisce delle quali ne diminuiscono l’eccitabilità; tale azione depressiva si esercita anche indirettamente tramite il sistema nervoso.  La droga antispasmodica più utilizzata è certamente Atropa belladonna (Belladonna), citiamo anche Conium maculatum ( Cicuta) e Melissa officinalis con una attività più leggera.

La Belladonna è una solanacea i cui alcaloidi tossici ( iosciamina ed atropina) sono presenti in tutti i suoi organi vegetali. 5 mg di atropina ( 2-3 bacche ) sono la dose letale per i bambini, 10 mg ( 6-7 bacche) per gli adulti.  Provoca diversi effetti collaterali quali allucinazioni, midriasi, tachicardia. I suddetti alcaloidi vengono assorbiti attraverso la pelle, con forte arrossamento cutaneo. (Uso cosmetico vietato dalla legge 713, allegato II°).

Numerose Farmacopee, tra cui quella Europea, riportano la droga: Atropa belladonna e l’atropina solfato è farmaco parasimpaticolitico, usato anche in Italia contro i dolori addominali ( attività anticolinergica), solamente su prescrizione medica. L’Atropa belladonna è una solanacea che deve la sua azione agli alcaloidi contenuti nelle foglie, ma anche nel resto della pianta: scopolamina, iosciamina e soprattutto atropina, la quale paralizza elettivamente tutti gli organi innervati dal sistema parasimpatico ed agisce direttamente sui nervi della sensibilità: essa costituisce quindi un valido sedativo in caso di nevralgie e dolori viscerali. La belladonna è un’erba perenne la cui tossicità può essere, come già detto, letale: attenzione soprattutto ai bambini che possono essere ingannati dai frutti neri e lucidi e scambiati con bacche edibili. Questa pianta è il rimedio per eccellenza che agisce su tutti gli organi ricchi di fibre muscolari lisce: bronchi, intestino, coledoco, utero, uretere,esercitando in tal modo un’azione terapeutica valida nell’asma bronchiale, negli spasmi della glottide, nelle coliche epatiche, nella dismenorrea, nei vomiti da gravidanza, nella cinetosi ed in molte nevralgie. Si somministra in polvere, tintura, pillole, sciroppo. 

La Cicuta, famosa per essere stata utilizzata da Socrate per suicidarsi, ha una dose letale per l’adulto calcolata in 500 mg di alcaloidi ( coniina, coniceina), corrispondenti a circa 7 grammi di foglie, mentre ad un bambino basta masticare una foglia per sentirsi male. I sintomi sono bruciore e paralisi della lingua, vomito, ipertermia, sino a morte per paralisi respiratoria senza alcuna perdita di coscienza.  La coniina, inoltre, penetra nell’organismo anche attraverso la pelle integra e le mucose (divieto di uso cosmetico , legge 713, allegato II°). La medicina scientifica ha già da lungo tempo abbandonato l’uso della droga (la quale NON figura in alcuna Farmacopea) che rimane di uso esclusivo in medicina omeopatica. Riesce quindi utile nelle turbe neuro-muscolari, negli spasmi delle vie respiratorie, nel’asma, nei crampi gastrici ed in altri disturbi simili.

La Melissa è un’erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Labiatae la cui droga è data dalle foglie, che presentano peli di rivestimento e peli secretori. E’ utile in tutte le affezioni di origine nervosa, nelle turbe cardiache di origine emotiva e nell’insonnia. In passato, la melissa veniva somministrata sotto forma di alcoolato e costituiva una medicina popolare nota con il nome di “acqua delle Carmelitane”. Oggi, si preferisce somministrarla in polvere. I suoi principi attivi sono costituiti da terpenoidi e da aldeidi (citrale e citronellale). Si utilizza nei quadri lievi di ansia ed insonnia, ovvero i più frequenti nella pratica medica quotidiana, dove l’uso di farmaci ansiolitici può obiettivamente risultare esagerato, sia per l’entità della patologia, sia per gli effetti negativi che questi farmaci possono avere sull’attenzione, sulla concentrazione e sulla vigilanza.  Ad alte dosi sviluppa proprietà analgesiche.   

Al gruppo degli ipnotici appartengono numerose piante in grado di sedare leggermente l’eretismo nervoso e di facilitare il sonno. Gli ipnotici particolarmente attivi, soprattutto quelli di sintesi, risultano essere spesso tossici, danno assuefazione o dipendenza, rallentano le capacità intellettive al risveglio e sono il più delle volte assunti senza che esista una reale necessità.  In medicina si possono trovare le proprietà tipiche di un blando ipnotico in molte piante medicinali. Passiflora, Valeriana e  Melissa le abbiamo già considerate, ma possiamo annoverare nel gruppo anche il Crataegus monogyna (Biancospino) ed il Papaver rhoeas .

Il Biancospino è una rosacea dalle proprietà anti-ipertensive e cardiosedative; costituisce, se somministrato in infuso, un leggero ipnotico. E’ tradizionalmente nota la sua azione sul sistema nervoso centrale su cui agisce come blando sedativo, eliminando così la componente emotiva di certe ipertensioni in individui a temperamento eretistico. E’ un arbusto dalle foglie di colore verde brillante e dai fiori bianchi o rosati riuniti in corimbi. Il frutto è una drupa e rappresenta la droga insieme alle infiorescenze. Si ritiene che l’attività sul miocardio sia risultante da una sinergia di diversi componenti, la cui azione è dovuta al contenuto in flavonoidi, soprattutto il biflavano. Può essere somministrata sotto forma di polvere, infuso, estratto fluido e tintura: la pratica ha però dimostrato che solo la polvere e la tintura sono veramente attive. 

Il Papavero nei petali contiene prevalentemente antociani (coloranti vegetali da cui deriva il brillante colore rosso) e i mucillagini nel frutto stelo, che li rendono un po’ collosi. Nel lattice compaiono tracce di alcaloidi (readina) ma nessuno con proprietà narcotiche tipici del papavero sonnifero (la  miscela detta “Oppio”). Anticamente, l’uso eventuale più comune (oggi cessato per la dubbia attività), era quello di sedativo per bambini, in tisana, somministrato prima di dormire. Attualmente permane soltanto l’impiego estetico di colorante per tisane e quello omeopatico contro gli stati di eccitazione. E’ riportato in Farmacopea Europea come “Papaveris rhoeados flos”.

Il papaver rhoeas è una papaveracea, una pianta erbacea annuale che cresce nei campi di grano e nei luoghi incolti. Ha un fusto alto fino a 60 cm e foglie profondamente divise. I fiori hanno petali rosso-scarlatto, con unghia nera. Contiene nei fiori quattro alcaloidi tra i quali la rhoeadina a leggera azione sedativa; con i petali si prepara un infuso a leggera attività ipnotica indicato in bambini ed anziani.

Tra gli analgesici, la pianta sovrana è il papavero da oppio (Papaver somniferum), la cui capsula contiene un lattice che esercita una forte azione sedativa sul dolore. Il papavero da oppio si presenta oggi come una droga esclusa dall’uso personale ma soggetta esclusivamente a stretta regolamentazione operativa da parte di aziende autorizzate alla preparazione e fornitura di preparati e medici esperti nel loro impiego. I principi attivi sono alcaloidi: morfina, narcotina, papaverina, codeina,tebaina,narceina. Essi esercitano nel loro insieme un’attività analgesica, soporifera e narcotica. L’alcaloide più abbondante è la morfina, che ha azione stereospecifica reversibile su recettori specifici presenti principalmente a livello del sistema nervoso centrale. Ha effetto analgesico, deprime fortemente la percezione nocicettiva, aumentando la soglia di percezione del dolore. Deprime, inoltre, i centri respiratori bulbari ed il centro della tosse, provoca miosi ed una diminuzione dell’attività ipofisaria. Dà dipendenza sia fisica che psichica. E’ una papaveracea a fusto dritto le cui foglie sono alterne ed oblunghe. I fiori solitari, grandi, possono essere bianchi, rossi o rosso-violacei.  Si adopera soprattutto nella sua varietà DC (fiori bianchi), utilizzando il decotto della sua capsula senza semi (arillo) o il suo lattice essiccato, l’oppio, in polvere. Va nuovamente sottolineato che si tratta di un medicamento da impiegare con estrema cautela e sotto stretta e continua sorveglianza medica.

Dr. Angelo Carli

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Tutti i benefici dell'agopuntura in gravidanza

     
  agopuntura in gravidanza   
 

Molte discipline nate in Oriente sono state inserite in vari corsi preparto e postparto poiché sono un valido aiuto per ristabilire e mantenere un benessere generale sia fisico sia mentale. Alcune hanno origini antichissime e sono state sfruttate nei corsi destinati alle gestanti per aiutarle ad alleviare quei disturbi che compaiono facilmente durante la gravidanza: una di queste è l’agopuntura. L’agopuntura in gravidanza ha lo scopo di contrastare vari tipi di disturbi che si possono manifestare nei nove mesi.

La tecnica dell’agopuntura nasce in Cina e si basa su una corrente di pensiero che sostiene che nel corpo vi siano dodici meridiani. I meridiani sono canali energetici, poiché al loro interno scorre il “qi” (energia vitale). Questa teoria sostiene, inoltre, che gli organi interni principali come il cuore, il fegato e i polmoni, siano collegati ognuno al proprio meridiano. La tecnica dell’agopuntura si basa sulla stimolazione di punti precisi situati sui meridiani con lo scopo di riequilibrare l’energia che scorre all’interno di questi canali e di riequilibrare anche le due energie vitali Yin e Yang. La stimolazione dei punti sui meridiani avviene con l’uso di aghi sottilissimi. Vediamo come l’agopuntura apporta benefici in gravidanza. Nei nove mesi di dolce attesa si possono manifestare alcuni disturbi tipici come mal di testa e fastidiosissime nausee. Con la stimolazione di determinati punti è possibile contrastarle e alleviarle.

L’agopuntura consente di migliorare la circolazione sanguigna e alleviare i dolori provocati dalla lombosciatalgia, disturbo che sarebbe difficile curare in gravidanza con i farmaci. La stimolazione di un determinato punto del piede induce anche il bimbo a girarsi all’interno del pancione. Ciò è molto utile specialmente se il bimbo si presenta in posizione podalica, poiché viene stimolato ad assumere la corretta posizione per il parto.

La tecnica dell’agopuntura si dimostra efficace non solo per contrastare i disturbi che si manifestano durante la gravidanza, ma anche per quelli possibili nel puerperio. Se la mamma ha poco latte, condizione che si può generare subito dopo il parto o dopo un periodo di allattamento, le stimolazioni di alcuni punti aiutano a risolvere i problemi della lattazione.

Le sedute di agopuntura in gravidanza sono gestite da personale esperto e qualificato. Gli aghi usati sono sterili e devono essere inseriti correttamente e per il tempo necessario. Solamente degli operatori specializzati possono praticare le stimolazioni, poiché sono gli unici esperti capaci di individuare i punti precisi nei quali inserire gli aghi e calcolare la tempistica che varia in base al disturbo da trattare. Lo specialista dovrà accorgersi del momento in cui il “qi” (l’energia vitale) raggiunge il giusto equilibrio, controllando le pulsazioni del corpo. Quando l’energia vitale avrà raggiunto il perfetto equilibrio, sarà possibile ristabilire il benessere e alleviare i sintomi.  

A cura di: Ufficio Stampa Ok Corso Preparto

Per maggiori informazioni: www.corso-preparto.it

 
     
 

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Volersi bene

La cura di Sé consiste in quell'insieme di gesti con valenza pratica ed emotiva che consentono di nutrire e incrementare il proprio benessere e di stare bene con noi stessi, indipendentemente dalle attenzioni che ci possono riservare gli altri. Per esteso, si può affermare che tra i metodi di "autocura" si comprendono svariate attività: non solo i trattamenti estetici ma anche le terapie del benessere, le tecniche di meditazione, i corsi di psicoterapia di gruppo, i percorsi spirituali, i viaggi, i corsi di ballo oppure di pittura e tutto ciò che può appagare la nostra creatività.

Il volersi bene è un'attitudine naturale che spesso le religioni mettono sotto accusa come manifestazione di narcisismo ed egoismo: in realtà, la cura di Sé è uno dei presupposti fondamentali della felicità, senza dimenticare che una persona appagata e in pace con se stessa non può che fare del bene anche agli altri. Troppe volte, invece, nella vita siamo distratti: nei confronti degli altri ( il partner, i figli, gli amici , i colleghi..), dei quali ci dimentichiamo, ma anche e soprattutto di noi stessi, Eppure ci sono momenti in cui siamo chiamati a prenderci cura di noi, a occuparci del nostro lato sconosciuto, di un talento che non abbiamo mai avuto il coraggio di portare allo scoperto.

La cura di Sé porta alla felicità se non è pianificata ed è libera da condizionamenti: non ci si cura perchè lo impone la moda o perchè un'amica si è trovata bene in un determinato centro benessere. La cura di Sé è un'esigenza personale che risponde "su misura", senza rifarsi a modelli. E riguarda il corpo ma anche lo spirito: oggi le tecniche di benessere cercano di abbracciare sempre di più sia l'aspetto fisico ed estetico sia quello spirituale. Basta pensare  a trattamenti come i massaggi con gli oli o i  bagni in acque colorate, alla meditazione corporea: son tutte modalità che, pur implicando un intervento sul fisico, sortiscono immediati benefici anche a livello interiore.

La cura di Sé porta alla felicità se non mira all'esibizione e al perfezionismo: volersi bene non vuol dire ammazzarsi di palestra sei giorni alla settimana, ingurgitare beveroni energetici per "fare i muscoli" o affidarsi al chirurgo estetico per rifarsi il naso alla francese... la cura di Sé, di fatto, non ha obiettivi, se non quello di creare una armonia interiore e uno stato di salute psicofisica. Se abbiamo lavorato bene, gli effetti si vedranno anche dall'esterno, ma il miglioramento del nostro aspetto estetico non deve essere l'obiettivo primario. Aver cura di Sè è un veicolo per nutrire l'autostima e sentirsi meglio: una corsa all'aria aperta, un'ora in piscina, un massaggio rilassante, un fango snellente, una giornata di meditazione, un libro che ci appassiona, un'ora dedicata solo a noi stessi... Tutte queste attività, anche se molto diverse tra loro, sortiscono un risultato: ci fanno sentire bene! Questo  benessere attiva a livello cerebrale la secrezione degli ormoni del benessere, che ci daranno la sensazione di appagamento spirituale e funzionano già da soli come "medicine naturali" che ridanno sprint a tutto l'organismo.

Un "peccato" che spesso commettiamo, è quello di non volerci abbastanza bene, di non prenderci cura di noi stessi o di sentirci in colpa quando lo facciamo...

La miglior cura di Sé è un momento intimo che si assapora in solitudine, concentrandosi totalmente sul proprio corpo, sulle proprie emozioni, sulle sensazioni più profonde.

Molte persone, magari occupate da incarichi di lavoro pressanti o da impegni famigliari , sono convinte che la cura di Sé sia quasi una forma di lusso e di conseguenza la vivono con sensi di colpa. In realtà, volersi bene è un diritto di tutti, anzi, è un dovere che ogni persona dovrebbe rispettare per rigenerarsi.

La cura personale (sia che si tratti di un kit di prodotti estetici che hai deciso di regalarti che di un corso di meditazione) non deve però diventare il pretesto per staccarti totalmente dal mondo e dalle tue responsabilità né trasfomarsi in una ossessione. "Est modus in rebus", c'è una misura in tutte le cose. Curare se stessi significa soprattutto riuscire ad assecondare la nostra trasformazione. Una persona che si cristallizza dentro un ruolo ( la moglie, il padre, la madre, il marito, il responsabile di settore, il macho, la manager in carriera, il leader del gruppo, l'intellettuale serioso, il ribelle per partito preso) in realtà non si vuole bene: sta solo costringendosi a recitare una parte. Per volerti bene sul serio, togli la maschera e... fai quello che ti fa sentire a tuo agio, che ti diverte, che ti dà entusiasmo.... Rinnova il guardaroba, cambia i locali che frequenti, sistema la soffitta, parti per un lungo week end solitario senza dirlo a nessuno... vedrai che qualcosa cambierà!

Dr. Angelo Carli

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L'alcol come non lo avete mai letto

L’abuso cronico di alcol rappresenta un problema sociale ed una patologia relativamente frequente nei Paesi occidentali. Si stima che mediamente il 30% dei soggetti ospedalizzati in Europa e USA hanno patologie alcol-correlate e, a tal proposito, è stato evidenziato che, nei soggetti anziani, la presenza di malattie secondarie ad abuso di etanolo rappresenta un motivo di ricovero ospedaliero tanto frequente quanto lo è l’infarto del miocardio.

L’etanolo è una molecola lipofila ( = che si scioglie facilmente negli oli e nei grassi) che, muovendosi facilmente attraverso le membrane cellulari, raggiunge rapidamente l’equilibrio fra sangue e tessuti. La maggior parte dell’alcol viene assorbito nel tratto digestivo superiore (70% stomaco e 25% duodeno); intestino tenue e colon contribuiscono per il rimanente 5% della dose ingerita.

La velocità di assorbimento gastrointestinale dell’alcol dipende da diversi fattori quali la quantità e la qualità della bevanda ingerita, la modalità di assunzione (dose unica o ripetuta), la presenza, quantità e qualità del cibo nello stomaco ( i grassi rallentano l’assorbimento, alcuni carboidrati, l’acqua, le bevande gassate e il digiuno lo accelerano) ed il tempo di svuotamento gastrico.  In condizioni di digiuno l’assorbimento è pressoché massimale già a distanza di 40 minuti dall’assunzione. Il picco alcolemicosi osserva dopo 25-45 minuti dall’assunzione e l’alcolemia non è più rilevabile dopo 6 ore dall’assunzione. Circa il 90% dell’alcol assorbito dal tratto digestivo viene completamente ossidato ad acqua ed anidride carbonica; solo il 10% viene eliminato con l’aria espirata, con le urine e con il sudore.

Le donne presentano valori di alcolemia più elevati rispetto agli uomini in seguito a somministrazione orale di pari dosi di etanolo poiché hanno un minor contenuto corporeo di acqua e perché l’ADH [alcol-deidrogenasi = enzima allabase dell’assorbimento di etanolo] gastrico maschile ha una attività ridotta rispetto a quello femminile. Tale caratteristica, accrescendo la biodisponibilità dell’etanolo, sarebbe responsabile della maggior suscettibilità del sesso femminile ai danni correlati ad un uso inadeguato di alcol.

L’abuso cronico di etanolo può indurre un cambiamento dei componenti fosfolipidici delle membrane cellulari con alterazione della micro viscosità di membrana.  Detto in parole  più semplici l’effetto diretto dell’alcol sulle cellule è uno dei principali responsabili della riduzione della risposta immunitaria e quindi delle difese contro le infezioni. E’ stato inoltre dimostrato che l’alterazione cellulare prodotta dall’alcol rende assai difficile il mantenimento dell’omeostasi del Calcio, con ovvie ripercussioni su ossa e denti, ma anche sulla coagulazione del sangue e la stimolazione di nervi e muscoli.

Gli effetti tossici dell’abuso di alcol provocano inoltre un esponenziale aumento di incidenza del CARCINOMA DEL CAVO ORALE E DELLA LINGUA, esofagite, gastrite acuta emorragica, gastrite cronica con metaplasia intestinale, CARCINOMA GASTRICO, malassorbimento intestinale, pancreatite acuta e cronica, ingrossamento della milza.

A livello epatico, specie in abusatori che aumentano costantemente la quantità, è frequente l’EPATITE ACUTA ALCOLICA che può essere asintomatica (unico segno presente è l’epatomegalia: fegato ingrossato) o manifestarsi con dimagrimento, nausea, vomito, febbre, dolori addominali ed ittero: quadro di sintomi che troppo spesso vengono confusi in sede medica con una colecistite acuta. Dopo poche ore dall’introito alcolico il soggetto che ne è affetto manifesta non solo un malessere generale e profondo ma viene colpito da un forte senso di freddo a cui corrisponde un rialzo termico (febbre), successivamente compare ittero alle sclere ( gli occhi diventano giallastri) e poi alla cute, con urine che acquisiscono un color marsala. Gli esami di laboratorio rileveranno un aumento delle transaminasi, della fosfatasi alcalina, della bilirubina totale e frazionata e del GGt. La quota di trigliceridi subisce un forte aumento tanto da far rilevare in laboratorio il classico quadro di “siero lattescente”. L’associazione tra siero lattescente, anemia emolitica e ittero prende il nome di SINDROME DI ZIEVE, quadro patologico particolarmente grave che spesso si complica con una PANCREATITE ACUTA ALCOLICA, ovvero l’infiammazione acuta del pancreas. In base alla severità del danno la pancreatite acuta può anche generare la morte delle cellule pancreatiche il che determina la produzione di sostanze altamente tossiche per l’organismo che possono esitare in un quadro di insufficienza multiorgano.

 La STEATOSI (accumulo di grasso nella cellula epatica per eccesso di sintesi dei trigliceridi e per difetto della secrezione di lipoproteine) è una condizione cronica di frequentissimo riscontro nei bevitori cronici. Clinicamente è asintomatica (solo raramente provoca dolore sotto le coste a destra). Trattasi di una alterazione degenerativa benigna e reversibile con la sospensione dell’assunzione alcolica e di per sé NON rappresenta (come molti credono) una lesione pre-cirrotica. La diagnosi si pone con una ecografia addominale.

LA CIRROSI EPATICA ALCOLICA è una patologia mal definita poiché è ancora assai controverso il ruolo dell’alcol come principale “attore”. La maggior parte dei ricercatori oggi propende per la tesi che l’abuso alcolico costituisca solo un cofattore (basta ricordare cosa combina l’alcol alle cellule), sebbene di notevole importanza. Il ruolo fondamentale pare essere di origine virale, ed in un organismo con un sistema immunitario compromesso non è difficile capire che entrare in contatto e far sviluppare il virus è cosa abbastanza facile.

Passando invece all’apparato cardiovascolare non molti sanno che l’ingestione acuta di forti quantità di alcol (tipica dei finesettimana e della fascia di età più giovane) può indurre anche nel soggetto sano alterazioni cardiache sia meccaniche che elettrofisiologiche, nel soggetto già cardiopatico (specie con coronaropatie) è sufficiente l’assunzione di quantità d’alcol tale da indurre una alcolemia di 50 mg/100 ml per determinare un danno a carico della funzionalità cardiaca evidenziabile con una riduzione massiva (ripeto…massiva) della gittata cardiaca e della pressione arteriosa. Non peraltro l’assunzione acuta di etanolo determina una scarsa capacità da parte del bevitore di compiere sforzi fisici. Nell’etilista cronico l’alcol può indurre tachiaritmie parossistiche sopraventricolari, fibrillazione atriale e ventricolare, di frequente rilevazione nei Pronto Soccorso specie nei week-end. Tali condizioni regrediscono completamente dopo l’astensione dall’alcol.

L’intossicazione cronica provoca invece effetti molto più deleteri e  la lesione più tipica è rappresentata dalla CARDIOPATIA ALCOLICA di cui si distingue la forma congenita, dovuta all’assunzione di dosi inadeguate di alcol da parte della madre durante la gravidanza, che provoca malformazioni cardiache al feto e ipossia secondaria data dalla riduzione del flusso placentare indotta dall’alcol. Vi è poi la forma ipercinetica (aumento della velocità di circolo) dovuto a carenza di tiamina, che evolve verso lo scompenso cardiaco ad alta gittata da sovraccarico di volume con insufficienza ventricolare e vasodilatazione periferica. Clinicamente queste modificazioni emodinamiche si traducono in palpitazioni, difficoltà respiratorie durante sforzi fisici o durante le ore notturne. La situazione è reversibile con una terapia adeguata e la completa astensione alcolica. Nei casi non trattati, viceversa, l’evoluzione può essere rapidamente MORTALE  per l’instaurarsi di uno stato di acidosi metabolica dato dall’accumulo progressivo di acido lattico e l’aumentata velocità di circolo che induce insufficiente scambio tissutale di ossigeno.

Infine la più tipica è la CARDIOMIOPATIA ALCOLICA, dovuta all’azione diretta dell’alcol sul muscolo cardiaco. E’ frequente soprattutto nei maschi, di età compresa tra i 35-50 anni con un consumo medio di 60 grammi al giorno da almeno 10 anni. La patologia è provocata dall’azione tossica diretta dell’etanolo e dei suoi metaboliti (soprattutto l’ACETALDEIDE) sulla fibra miocardica ma anche del solfato di Cobalto (aggiunto alla fabbricazione della birra). Spesso l’evoluzione è mortale. Il decesso intercorre mediamente entro 5 anni dalla diagnosi. Tuttavia la completa astensione dall’alcol può ridurre la mortalità quanto più precocemente viene instaurata.

L’assunzione cronica di etanolo favorisce anche la condizione di IPERTENSIONE ARTERIOSA. Studi epidemiologici hanno acclarato una prevalenza doppia nei soggetti forti bevitori rispetto agli astemi. Al contrario l’intossicazione acuta è spesso associata ad IPOTENSIONE ARTERIOSA per il potente effetto vasodilatatore dell’alcol soprattutto a livello cutaneo, inducente una termo dispersione. L’insorgenza di ipertensione arteriosa è frequente anche nelle fasi iniziali dell’astinenza da alcol per la liberazione in circolo di catecolamine. Di norma si stabilizza entro 7/10 giorni dalla sospensione del bere.

A livello del sistema nervoso, i danni neurologici si distinguono nell’intossicazione acuta e cronica. In acuto variano a seconda delle quantità ingerite: si va dalla loquacità ed euforia ( 0,30 gr/dl), all’incoordinazione motoria ( 0,5), alla disartria, atassia e stato confusionale (1 g/dl) sino al coma etilico con arresto cardiorespiratorio (> 3 g/dl). Per capire meglio le dosi possiamo dire che con 4 bicchieri di vino rosso, in soggetto adulto , si instaura euforia e loquacità, da 4 a 6 bicchieri l’incoordinazione motoria con relativo stato di conclamata ubriachezza e con più di 7 bicchieri il rischio di coma etilico è molto alto. Con la birra l’ubriachezza  si instaura dopo 6/7 boccali ( circa 1,5 l ) e il rischio di coma si alza verso il doppio. Per quanto riguarda i superalcolici saranno sufficienti 2/3 bicchierini per l’euforia, 5/7 per l’ubriachezza, oltre gli 8 per elevare pericolosamente il rischio di coma etilico.

La sensibilità del sistema nervoso centrale all’alcol è però diversa nel forte bevitore e nell’etilista cronico in cui, a seconda degli stadi, si può assistere ad un aumento o ad una riduzione della tolleranza, legata in gran parte alla presenza o assenza di danno epatico. Il “reggere” forti dosi di alcol non è una condizione eterna e nel tempo è molto alta la probabilità di perdere tale capacità, soprattutto  per danni organici oramai presenti.

Nell’intossicazione cronica, invece, la POLINEURITE ALCOLICA la fa da padrona.  E’ una forma di polineuropatia riconducibile principalmente ad una carenza del complesso vitaminico B e di acido folico. Interessa circa il 20 % dei pazienti con evidenza di abuso alcolico. Clinicamente si manifesta lentamente e la sintomatologia è soprattutto a carico degli arti inferiori, con parestesie e dolori crampiformi. Caratteristica è la sensazione di “piedi brucianti” che se toccati anche solo dalle lenzuola subiscono dolori intensissimi. Successivamente compare anestesia  e dipoestesia fino ad un deficit motorio (piede cadente) con paresi della dorsiflessione di piedi e mani. La NEUROPATIA OTTICA si accompagna frequentemente al quadro precedentemente descritto ed è causata sia dall’azione tossica diretta dell’alcol sul nervo ottico, sia dalla carenza di tiamina. L’evoluzione, se non trattata, è nell’ATROFIA OTTICA.

Il deficit di tiamina è responsabile anche dell’ENCEFALOPATIA DI WERNICKE. E’ caratterizzata da emorragie puntiformi nella parte superiore del mesencefalo, nell’ipotalamo, nelle pareti del III°ventricolo e nei corpi mammillari. Si manifesta con vomito, visione doppia, nistagmo, ptosi palpebrale evolvendo in disorientamento psichico, alterazioni importanti della memoria a breve termine, disorientamento spazio/temporale, agitazione notturna, allucinazioni. Nei casi iniziali la sospensione dell’alcol e la terapia farmaco-dietologica forniscono ottimi risultati.  Peraltro oltre il 25 % dei soggetti affetti da demenza cronica ha una storia di alcolismo.

Inoltre negli etilisti cronici anche la patologia infettiva polmonare e bronchiale presenta una incidenza particolarmente elevata, in particolar modo vi è maggior incidenza di TBC, broncopolmoniti, pleuriti, bronchiti ed enfisema polmonare.

Sotto il profilo sessuale modeste dosi di etanolo possono aumentare l’impulso, per l’azione disinibente e socializzante legata all’alcol, ma d’altra parte, nell’uomo, possono contemporaneamente diminuire le capacità di erezione. L’assunzione cronica di alcol determina IPOTROFIA DEI TESTICOLI, alterazione degli spermatozoi (Oligospermia) e impotenza. Nella donna, invece, vi è una forte riduzione della fertilità e un aumento della POLIABORTIVITA’ SPONTANEA.

E’ inoltre noto che l’alcol, assunto a dosi inadeguate, e durante la gravidanza, possiede attività teratogene. La SINDROME FETO-ALCOLICA è una delle principali cause di RITARDO MENTALE nei bambini e di nascituri sottopeso e prematuri.  Provoca inoltre ritardo di crescita, problematiche relative allo smalto dentale, anomalie cardiache (malformazione del setto interventricolare o atriale).

Per finire l’uso inadeguato di alcol è associato con una aumentata incidenza di neoplasie, soprattutto a carico di fegato, esofago, nasofaringe e laringe. Inoltre in soggetti etilisti si sviluppa molto frequentemente la gastrite cronica atrofica, precursore del cancro gastrico.

Studi epidemiologici su larga scala hanno anche evidenziato una associazione fra abuso di alcol e neoplasia prostatica.

E’ stato calcolato che l’utilizzo cronico di alcol riduce la speranza di vita mediamente di 12 anni, provocando un doppio tasso di mortalità negli uomini e triplo nelle donne. L’incidenza di SUICIDI è sei volte rispetto alla norma.

L’alcolismo è una delle patologie che sfugge più comunemente alla diagnosi. I medici spesso non lo prendono in considerazione fino a quando la malattia è evidente e si sono manifestati seri problemi a livello sociale e patologico. La TERAPIA è basata su varie possibilità di intervento che dovrebbero instaurarsi collegialmente.

La nutrizione è uno dei capisaldi terapeutici, poiché gli etilisti tendono a non mangiare, sostituendo il cibo con l’alcol, sostanza ricca di calorie ma molto scarsa di nutrienti con conseguente MALNUTRIZIONE, la quale, da sola, può essere causa fondamentale di diverse patologie.

I principali enzimi necessari per la disintossicazione dall’alcolsono sono gli enzimi zinco-dipendenti poiché il consumo di alcol provoca una forte carenza di zinco. L’integrazione di zinco è pertanto fondamentale poiché accresce considerevolmente l’eliminazione delle proprietà tossiche del’alcol.

Anche la carenza di vitamina A è diffusa negli alcolisti e sembra reprimere il consumo di alcol ma solo nei ratti di sesso femminile. Gli studi in merito sono ancora in corso, per cui è precoce e fuori luogo l’inserimento della vitamina nei protocolli terapeutici, salvo che non vi siano evidenze cliniche di avitaminosi A [principalmente con sintomi oculari: emeralopia (indebolimento o perdita della vista al buio) e xeroftalmia (diminuzione della trasparenza della cornea)].

Bisogna considerare e tenere sempre ben presente che l’alcolismo è una malattia difficile da trattare. Esistono anche in medicina naturale numerosi schemi terapeutici di disintossicazione ma i successi a lungo termine documentati sono ancora pochi rispetto alla dimensione del fenomeno.

Il trattamento si dovrebbe basare essenzialmente su consulenze psichiatriche e psicoterapeutiche finalizzate soprattutto all’insegnamento di un nuovo stile di vita, audiuvate da terapie mediche di supporto al fine di ristabilire i corretti equilibri metabolici. Essendo parecchio ampia (come abbiamo visto) la gamma dei processi morbosi a cui l’alcolista può andare incontro, si rende necessario e fondamentale un controllo clinico diagnostico globale (NON solo psichiatrico). Il paziente, una volta ammesso il problema (cosa non facile né scontata) deve essere spinto ad intraprendere un programma di trattamento con più figure professionali d’aiuto: dal medico di famiglia che dovrebbe coordinare gli interventi e supervisionarli (il condizionale, ahimè, è d’obbligo) allo psicoterapeuta (che deve avere esperienza alcologica, altrimenti è inutile), dallo psichiatra al gastroenterologo, da un gruppo di sostegno (ACAT, Alcolisti Anonimi, Narcotici Anonimi) ad un percorso personalizzato di ri-educazione fisica, alimentare e fisiologica.

Un’astinenza completa e continua è la politica migliore verso la disassuefazione, e per tale motivo i famigliari sono i primi a doversi sentire parte integrante del percorso terapeutico, non tanto come “controllori” (l’esito è quasi sempre fallimentare) ma come reale sostegno ed esempio da seguire.

Gli psichiatri e gli educatori di riabilitazione saranno punto cardine nella programmazione e nella gestione dei processi direcupero. L’eventuale integrazione a avvicinamento ad una nutrizione olistica saranno solo il passo successivo (mai il primo)  dopo la presa in carico del paziente da parte del personale medico internistico e psichiatrico. 

Dr. Angelo Carli

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