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Mindfulness in pillole - Parte I

La mindfulness può essere definita in molti modi: una pratica, una filosofia di vita, un movimento che attrae sempre più persone e che avvicina concetti e metodi provenienti dalla meditazione, la psicologia e lo yoga.  

Le origini

Letteralmente mindfulness si riferisce al concetto di piena consapevolezza.

Il termine Mindfulness è il termine inglese con cui viene tradotto il termine buddista di meditazione Vipassana o meditazione di consapevolezza.

In questo senso la mindfulness è un concetto antico, che affonda le sue radici nella tradizione buddista e che fa riferimento ad un aspetto che appartiene a tutti noi e che va “solo” riconosciuto,  sollecitato e riscoperto.

La Mindfulness oggi

Attualmente però quando sentiamo parlare di mindfulness, sia che ci si riferisca ad un atteggiamento che ad un'attività strutturata, con molta probabilità  ci si sta  riferendo al concetto reso famoso dal dott. Jon Kabat-Zinn – biologo molecolare statunitense – che verso la fine degli anni settanta definisce un protocollo di intervento di riduzione dello stress basato sulla mindfulness (MBSR protocol). La sua proposta sortisce un effetto di enorme portata che fa si che il concetto di mindfulness (fino ad allora limitato all'ambiente meditativo buddista) entri a pieno titolo nell'ambito sanitario e successivamente nella sfera del benessere dell'individuo e della comunità.

Questa è  la sua definizione più nota:  

Mindfulness è la consapevolezza che nasce dal prestare attenzione - nel momento presente, in modo intenzionale e non giudicante - allo schiudersi dell'esperienza, attimo dopo attimo. (Jon Kabat-Zinn)

Moltissimi libri descrivono le modalità, sia strutturate che non strutturate, che ci aiutano ad  immergerci in questo tipo di consapevolezza.

Nella sua essenza, si tratta di imparare ad osservarci attraverso i sensi – non solo in modo mentale/razionale - imparando a prendere contatto con tutti gli aspetti (piacevole e spiacevoli) di noi stessi e di cosa ci circonda senza l'intenzione di modificarci.

Questo è un principio essenziale della mindfulness, nonché il suo elemento più interessante, semplice e difficile allo stesso tempo.

Avvicinarsi alla pratica vuol dire accettare di osservare e osservarsi, prendere atto delle cose così come sono, anche quando ci provocano sofferenza e dolore.

Una maggiore consapevolezza di noi stessi, genererà una reazione a catena che potrà portare ad un cambiamento, o meglio, ad una trasformazione, ma questa sarà solo una conseguenza secondaria di un processo più profondo e non potrà avvenire sotto la direzione di una nostra decisione aprioristica. 

La pratica della mindfulness consiste essenzialmente nell'auto-osservazione di sé e di ciò che ci circonda. Questo avviene attraverso un percorso per gradi, sia nelle modalità che nelle tempistiche, che identificano nel corpo e nel respiro i canali fondamentali per accedere alla psiche.

Partendo da attività anche molto brevi di 10, 15 minuti al giorno, si può arrivare ad applicare la mindfulness al proprio stile di vita, dapprima esercitandola attraverso attività quotidiane, anche le più banali (lavarsi, vestirsi, mangiare, buttare la spazzatura, ...) fino a giungere, per chi lo desidera, a vivere l'intera giornata in modo mindfulness.   

Questa pratica deve essere sostenuta da alcuni pilastri: Non giudizio – Pazienza - Mente del principiante – Fiducia - Non cercare risultati - Accettazione - Lasciar andare  - Impegno e autodisciplina -    

A dispetto di quanto possiamo credere, il non-fare è un atteggiamento molto impegnativo, specialmente in un'epoca in cui le persone vengono valutate e giudicate, sulla base di quanto fanno. 

Apprendere l'arte del non-fare in modo consapevole richiede tempo, costanza, impegno e determinazione. I risultati degli studi scientifici sembrano tutti concordare che l'investimento, per quanto ingente possa sembrare a molti, non deluderà nei risultati. 

Dott.ssa Giorgia MicenePsicologa e Psicoterapeuta


E per chi volesse saperne di più, ecco alcuni suggerimenti per approfondire l'argomento:

Di Jon Kabat Zinn:

Vivere momento per momento

Dovunque tu vada ci sei già

Mindfulness per principianti

Il genitore consapevole


Altri autori:
 

Mindfulness. Essere consapevoli. Gherardo Amadei

Corso di meditazione di mindfulness. Conosco, conduco, calmo il mio pensare. Ennio Preziosi

Piccoli momenti di Mindfulness. Patrizia Collard
 

Attività:

Mindfulness. Colorare per trovare la pace

Mindfulness. Colorare per trovare la serenità

 


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Corso postparto di assistenza all'allattamento

     
  Allattamento  
 

Allattare al seno il neonato contribuisce a migliorare e rafforzare il legame tra il piccolo e la propria mamma. Inoltre, è un'attività volta a nutrire il bimbo con l'alimento per lui perfetto in questa prima fase della sua vita: il latte materno. Ci sono anche dei corsi post parto dedicati all'argomento. L'allattamento al seno, pur essendo un'attività naturale e raccomandata a tutte le neomamme, non è affrontata da tutte le donne con la stessa facilità. Tante neomamme convivono con dubbi, incertezze, consigli e pareri contrastanti che provengono sia da parenti sia da amici, fastidi e dolori provocati da mastiti, ingorghi mammari o ragadi. In questi casi frequentare un corso post parto di assistenza all'allattamento rappresenterebbe la soluzione più opportuna per chiarire tutti i dubbi e ricevere supporto durante questo nuovo ed emozionante periodo della vita. Durante il corso ostetriche, personale specialistico ed esperti del settore forniranno tutti i consigli e le informazioni utili.

L'allattamento può portare con sé dei piccoli disturbi o fastidi che possono essere facilmente risolti adottando alcuni semplici accorgimenti. Ad esempio la posizione migliore da assumere cambia da donna a donna e da neonato a neonato, e spesso dipende dal momento. In conclusione: non c'è una posizione esatta e una errata in cui allattare, ma è sempre consigliato che sia la neomamma sia il bimbo si trovino in una posizione comoda che li faccia sentire rilassati. Varie posizioni possibili in cui allattare al seno saranno mostrate alle neomamme durante le lezioni del corso post parto di assistenza all'allattamento.

Le lezioni del corso si propongono anche di rispondere agli innumerevoli interrogativi che sorgono nelle neomamme, come ad esempio: qual è il numero di poppate giornaliere da fare? Avrò latte a sufficienza? Quale deve essere l'alimentazione più corretta da far seguire al neonato? Per le neomamme il confronto con uno specialista del settore, che risponderà a tutti i loro interrogativi, è un valido supporto per acquisire sicurezza e sentirsi rassicurate in questa nuova fase della loro vita.

Naturalmente le sedute del corso post parto di assistenza all'allattamento affronteranno anche altre tematiche al di fuori del periodo dell'allattamento al seno. Ad esempio sarà trattato l'argomento dello svezzamento; sarà spiegato come staccare progressivamente dal seno il bimbo e verrà anche affrontato l'argomento sul sonno del neonato. Le mamme riceveranno tutte le informazioni necessarie su ogni tipo di tema che interessa il neonato e i suoi primi mesi di vita. Il corso post parto di assistenza all'allattamento è un aiuto fondamentale per tutte le donne che hanno appena avuto un bambino. Frequentare questo tipo di corso è consigliato soprattutto alle donne che sono diventate mamme per la prima volta e quindi sono alla loro prima esperienza di allattamento, e per questo sono maggiormente coinvolte a formulare domande e ricevere suggerimenti su questi argomenti. 

Per avere maggiori informazioni su questi e molti altri temi legati alla gravidanza, visita Ok Corso Preparto su www.corso-preparto.it, il motore di ricerca numero 1 sui corsi preparto e postparto in Italia! 

A cura di: Ufficio Stampa Ok Corso Preparto

 
     
 

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Il caffè

La caffeina viene assorbita rapidamente da stomaco e intestino ed in pochi minuti raggiunge il flusso sanguigno, agendo sul sistema nervoso centrale. Essa stimola la secrezione di ormoni facendo aumentare la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca.

Più di 5 tazzine al giorno possono provocare cefalea, tremore, diarrea, nausea, ansia, agitazione, irrequietezza ed insonnia. Inoltre ha un effetto diuretico e provoca l’aumento dell’escrezione urinaria delle vitamine del gruppo B e della vitamina C.

Un uso smodato incrementa il rischio di cancro della vescica, del colon, della mammella e del pancreas.

La caffeina, peraltro, è presente anche ne , nel Cacao e nelle bevande a base di Cola.

La quantità di caffeina può variare a seconda delle diverse specie di caffè esistenti (circa 70 ). Quello preferito dagli Italiani è il tipo “ARABICA”, originario del Sud America e contiene metà caffeina rispetto alla varietà “ROBUSTA” coltivata in Africa e preferita da Inglesi ed Americani.

Si tenga anche in considerazione che più la macinatura è fine, più caffeina passa nella bevanda.

Studi recenti hanno dimostrato che l’assunzione continuativa di caffeina contribuisce al manifestarsi di ulcera peptica, ipertensione, aritmie cardiache ed infarto del miocardio.

E’ assolutamente sconsigliata l’assunzione di caffeina in GRAVIDANZA, poiché passa attraverso la placenta per accumularsi nel feto, in quanto il suo sistema enzimatico epatico non è ancora sviluppato sufficientemente per biotrasformare tale sostanza. Inoltre tra le donne gravide forti bevitrici di caffè ( più di 6 tazzine/die) vi è una elevata incidenza di aborti spontanei, nati morti o feti malformati.

E’ utile ricordare, inoltre, che la caffeina dà ASSUEFAZIONE, pertanto si tende ad aumentare le dosi nel tempo.

Va però detto che in dosi moderate (max 3 tazzine/die) la caffeina è invece ingrado di migliorare sensibilmente le prestazioni psicomotorie ed intellettuali.

In forti consumatori cronici ( più di 10 tazzine/die) la caffeina produce DIPENDENZA con correlata sindrome di astinenza.Il livello soglia è 600 mg/die equivalenti a 6/7 tazzine.

E’ utile anche sapere che in una lattina da 33 cl di Coca Cola sono presenti 20 mg di caffeina.

Dr. Angelo Carli

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Dieta BARF

In cosa consiste in realtà la dieta BARF

Il nome deriva dall’abbreviazione di Bones and Raw Food oppure di Biologically Appropriate Raw Food, cioè ossa e carne cruda magari di natura biologica.

Questo tipo di regime alimentare consiste nel somministrare  tutto quello che un cane potrebbe trovare in natura se vivesse allo stato brado. O meglio, tutto ciò che potrebbe recuperare se vivesse in branco nelle foreste, come il suo cugino lupo, quindi carne cruda, ossa polpose, muscolo, organi, frattaglie, verdure e frutta crude. 

L’idea è nata da una intuizione di due veterinari australiani Dott. Ian Billinghurst e al Dott. Tom Lonsdale, i quali per primi hanno introdotto questa nuova corrente alimentare, illustrando metodi e combinazioni attraverso la stesura di alcuni libri.

L’obiettivo è quello di replicare il risultato di una battuta di caccia, quindi una preda cruda con all’interno del suo stomaco il resto della propria digestione. Per questo motivo la carne è cruda, comprende ossa, mentre organi e verdura sono frullate per simulare la digestione della preda. 

La dieta BARF risulta in sintonia con il tipo di masticazione dei nostri cani, e anche con il loro tratto digerente che è corto e e produce un gran numero di enzimi utili a digerire perfettamente la carne cruda.

Del tutto assenti cereali, non necessari a questi tipo di dieta, come nell’alimentazione del lupo e del coyote. 

Per quanto riguarda le verdure il misto da frullare può comprendere: bietole, spinaci, insalata romana, foglie di sedano, prezzemolo, zucchine, carote, finocchi, cetrioli, sedano, zucca e fagiolini. 

La frutta va utilizzata con parsimonia perché ricca di zuccheri, mentre per gli organi interni non vi è controindicazione ma è bene mescolarli con le verdure. 
Il rapporto è 2 cucchiai di frattaglie con 4 di verdure, ovviamente tutto frullato.
Si possono aggiungere olio di pesce, vitamina E e zinco, su indicazione veterinaria. 

La dieta è adatta per cani e gatti sia cuccioli che adulti. 
Si può iniziare subito, senza passaggi graduali, concentrando l’attenzione su un solo alimento per la prima settimana. Quindi introducendo gradualmente ossa e verdura. 

I vantaggi risiedono nell’alta digeribilità con feci solide e urina senza odore forte, denti privi di tartaro, poca massa grassa, unghie più sane, pelo lucido, forte, folto e inodore, scomparsa delle dermatiti e allergie, miglior comportamento e risparmio economico.

La dieta BARF è una dieta bilanciata e per un buon risultato è indispensabile inserire un alimento alla volta, quindi individuare il giusto rapporto peso e quantitativo, oltre al perfetto equilibrio tra calcio, sali minerali, proteine, vitamine. 

Non tutti i veterinari la consigliano perché sostengono che la presenza delle ossa potrebbe favorire occlusioni o lesioni del tratto gastroenterico. Questo inconveniente può essere risolto utilizzando ossa frullate in maniera corretta.

Ovviamente è importante seguire alla lettera ogni indicazione, magari facendosi stilare una guida dal proprio veterinario di fiducia.

Dott. Carlo Giulianelli

Medico Veterinario 

Torino 

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Stress ossidativo e prestazione sportiva

     
 

Come detto in un precedente articolo (“Stress ossidativo”), è uno stress chimico, indotto nel nostro sistema da uno squilibrio fra la produzione e l’eliminazione di una serie di agenti ossidanti, fra i quali si ricordano i radicali liberi.

E’ caratterizzato da un meccanismo di danno cellulare dovuto ad un eccesso di sostanze chimiche definite radicali liberi. Questi ultimi sono una qualsiasi specie chimica, atomo o molecola, di natura organica o inorganica, che avendo elettroni spaiati nei suoi orbitali, tende ad accoppiarli, cedendone o acquistandone, per eliminare la situazione di disaccoppiamento. Ciascun radicale libero tende a raggiungere una conformazione più stabile attraverso reazioni di ossidazione o di riduzione, che possono provocare notevoli danni all’organismo.

Nel corso della vita si subiscono molteplici attacchi da parte delle sostanze ossidanti che mettono a repentaglio il buon funzionamento del sistema.

Gli organismi hanno sviluppato una serie di sistemi di difesa contro le specie chimiche reattive e le specie reattive dell’ossigeno (ROS), che sono potenzialmente lesive. Questi sistemi si chiamano antiossidanti. Questi possono essere endogeni (glutatione, superossidodismutasi, ..), quindi prodotti dal nostro organismo o essere esogeni ((vit. A, vit. C, vit. E, ..) e quindi introdotti con gli alimenti.

Gli sportivi in generale, maggiormente quelli sottoposti ad alta intensità di attività fisica, sono sottoposti ad importanti “attacchi” da parte dei radicali liberi. Infatti l’attività fisica accresce la produzione di radicali liberi, un esempio fra tutti, l’aumento della produzione di acido lattico.

La medicina dello sport è interessata a quest’aspetto, in quanto sostanze ossidanti provocano un recupero più lento con notevole peggioramento della performance e l’instaurarsi di problematiche come il dolore muscolare, che sembra imputabile alla maggior produzione di radicali liberi.

L’esercizio fisico può essere aerobico ed anaerobico. Il primo è quell’attività fisica in cui l’utilizzo dell’ossigeno diventa parte determinante delle reazioni biochimiche, insieme agli zuccheri, glicidi ed ai grassi, lipidi. Sono tutte quelle attività sportive determinate da sforzo prolungato: ciclismo, sci di fondo, podismo, ….
L’attività anaerobica è un’attività ad alto carico di sforzo ed ad alta intensità. E’ eccellente per aumentare la forza muscolare e la massa muscolare. L’organismo in questa condizione si pone in debito di ossigeno, in quanto consuma più ossigeno di quello che assume. Questo condiziona la durata che non potrà essere prolungata.

Nell’attività fisica, specialmente quella aerobica, i processi di ossidazione interessano non solo le fibre muscolari scheletriche (muscolatura volontaria), ma anche il connettivo dell’apparato locomotore. Anche le cellule della linea bianca, quella predisposta alla difese immunitaria ed i globuli rossi, andranno incontro a riduzione i primi e a modica distruzione i secondi.  Questo implicherà potenziali traumi o lesioni infiammatorie o si potranno riscontrare problematiche infiammatorie a carico di distretti legamentosi o periarticolari. O ancora maggiori predisposizioni  a malattie infettive o a ridotta ossigenazione a carico del sistema muscolo-scheletrico.

Quanto detto sin ora evidenzia che chi pratica sport dovrebbe periodicamente sottoporsi alla valutazione dello stesso ossidativo, al fine di migliorare e personalizzare il proprio programma di allenamento.

Importante porre l’accento che sì, ci sarà una maggiore produzione di sostanze ossidanti, ma vi è una maggiore risposta difensiva da parte dell’organismo, concetto apparentemente contradditorio, ma in realtà si è visto da recenti studi che chi fa attività fisica in maniera abituale, sia a livello amatoriale che professionale, presenta livelli più ridotti  di ROM (metaboliti reattivi dell’ossigeno) rispetto alla popolazione generale. Questo è probabilmente dovuto ad un bilanciamento ottimale fra quanto viene prodotto e quanto viene eliminato. I livelli di ROM durante l’attività fisica aumentano, rispetto ai valori basali, quelli cioè misurati a riposo. Più in generale, gli sportivi adeguatamente allenati mostrano valori di ROM più bassi di quelli di persone che non sono allenati e che, probabilmente hanno un sistema di difesa nei confronti degli ossidanti meno efficace. Si è anche osservato che i livelli di ROM sono direttamente correlati all’intensità dell’attività fisica. Importante sottolineare che gli atleti sottoposto a trattamento antiossidante, mostrano una più rapida capacità di recupero dei valori basali dopo lo sforzo intenso.

E’ importante considerare che una attività sportiva condotta in maniera corretta migliora la qualità della vita e contribuisce a riduzione della mortalità e morbilità. Mentre un’attività fisica non corretta può alterare l’equilibrio ossidativo e quindi predisporre, banalmente, ad un precoce invecchiamento o a patologie ben più gravi, da stress ossidativo, quali l’infarto miocardico, l’ictus, l’obesità, …..

E’ importante ribadire quindi che chi pratica attività sportiva è bene che si sottoponga a valutazione globale dello stress ossidativo. Le misurazioni dello stress ossidativo permettono di valutare l’eventuale necessità di modificare il regime di allenamento, quello alimentare e lo stile di vita degli atleti. Saranno poi comunque necessari ulteriori studi per approfondire ulteriormente l’argomento.

 

 Dr.ssa Monica Viotto

 
     
 

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Il dialogo e il silenzio

Il dialogo è uno scambio articolato d'opinioni che in genere mira a un chiarimento fatto a voce tra due o più soggetti presenti oppure distanti; in quest'ultimo caso, il dialogo può essere condotto con mezzi di comunicazione come il telefono o sistemi di videoconferenza. Anche l'interazione simultanea per e-mail o attraverso le chat lines possono essere considerate forme di dialogo. In senso più generale e traslato, per "dialogo" si intende anche la "comunicazione" di tipo generazionale (per esempio: il dialogo tra genitori e figli) e la relazione verbale all'interno della coppia e della famiglia, intesa come ingrediente fondamentale per mantenere l'armonia della stessa e per sciogliere eventuali nodi irrisolti di incomprensione.

Ci sono persone che amano comunicare attraverso il dialogo, altre che prediligono una comunicazione più "asciutta", giocata su un telegrafico "botta e risposta". In ogni caso il dialogo non deve essere un obbligo, ma un piacere, un gioco che ciascuno modula in base alle proprie attitudini e al proprio modo di essere.

Nella comunicazione di coppia può capitare che non ci si capisca e una battuta può scatenare dissidi, nervosismo ma anche crisi profonde... Competitività, ruoli preformati e distacco minano a volte il dialogo a due fino ad azzerarlo del tutto o trasformarlo in una continua battaglia. A meno di non adottare qualche correttivo. Lui e lei non devono mai dialogare in modo competitivo: meglio abolire i confronti e parlare di argomenti oggettivi, concreti, che non implichino giudizi o prese di posizione. I partner non dovrebbero usare il dialogo come pretesto per lamentarsi e manifestare un atteggiamento da vittima inconsolabile: le continue lamentele trasmettono all'altro un senso di impotenza che ingrigisce la comunicazione , oltre che, alla lunga, stancare. Un dialogo di coppia è più frizzante se si arricchisce di parole nuove, battute, racconti di episodi speciali. E soprattutto nel dialogo di coppia non bisogna commettere l'errore di mettersi nella testa dell'altro: meglio lasciare che siano lui o lei a esprimere quello che davvero pensano, e la conversazione tornerà ad essere stimolante e piacevole, proprio come all'inizio della relazione.

Anche il dialogo tra genitori e figli è un campo di battaglia spesso ricco di vittime! Per evitare incomprensioni e interruzioni ricattatorie della comunicazione, sarebbe auspicabile che genitori e figli dialogassero sullo stesso piano e che i genitori non si mantenessero per partito preso sul piedistallo dei "giusti" e dei censori. Per fluidificare il dialogo intergenerazionale, è indispensabile che i genitori non impongano le loro idee alla prole e i figli non siano costretti a raccontare tutto e dimostare di essere all'altezza di partecipare ad un certo tipo di conversazione di cui nulla può interessargli...i genitori non si sentano obbligati ad avere sempre qualcosa da dire o da insegnare e ogni tanto, che male non fa, il dialogo sia intervallato da brevi silenzi e da gesti concreti, per esempio un abbraccio o una carezza, che trasmettono molto di più di qualsiasi parola!

E' sempre la spontaneità la chiave di un dialogo felice, che sgorga con facilità solo quando si mettono da parte i pregiudizi e le prese di posizione. Questa regola vale a maggior ragione nei dialoghi sul lavoro (con i superiori o i colleghi) e con gli amici: l'unica condizione che consente di dialogare in maniera appagante è la capacità di "uscire da noi stessi" e di aprirci alla scoperta degli altri.

Vero è anche che non bisogna parlare per forza: anche se c'è stato un litigio o si attraversa una fase in cui non ci si comprende, è meglio non ostinarsi a parlare, ma darsi una pausa di riflessione. Una pausa di silenzio può rimettere le cose a posto.

Sul lavoro e con gli amici, meglio costruire il dialogo improntandolo sempre sul presente: parlare sempre di passato, di ricordi, di esperienze già vissute rischia di portare il dialogo fuori dal tempo e di decontestualizzare i presenti dalla realtà.

Ed evitate i resoconti: non c'è niente di più banale di un dialogo che si regge su domande del tipo: "novità ?", oppure "cosa mi racconti di bello" ? ... Costretti a rispondere, si rischia di parlare per frasi fatte o dare risposte ugualmente banali o menzognere... A quel punto il dialogo si spegne.

Il dialogo è sano quando non viene interposto troppo tempo tra il momento in cui le parole vengono pensate e la fase in cui vengono emesse...genera benessere e autostima in chi dialoga, perchè fa circolare energia tra i soggetti che vi partecipano e opera una trasformazione nella relazione. Un soliloquio o un interrogatorio non sono dialogo perchè non hanno la caratteristica più importante: lo scambio! E per essere sano non deve essere infarcito di "mezze verità"  e giri di parole, ma deve essere improntato alla schiettezza e alla sincerità.

Siamo circondati da un eccesso di suoni, rumori, parole. Abitiamo in un mondo improntato alla continua comunicazione verbale (spesso stereotipata), ci nutriamo di linguaggio ma a volte... facciamo indigestione. Senza dimenticare che, molto spesso, chi non sta mai in silenzio non è nemmeno capace di ascoltare. In molti casi, inoltre, la parola diventa uno strumento per colmare i vuoti di un silenzio che ci spaventa, un mezzo per essere sempre al centro dell'attenzione o un'alleata per mascherare un "vuoto di comunicazione" che scaturisce dalla timidezza. Impariamo invece ad apprezzare il silenzio, che non a caso aveva un posto d'onore nelle società antiche per le quali la meditazione e il raccoglimento silenzioso nei templi erano momenti indispensabili nella vita di ogni uomo.

Non è solo l'assenza di suoni che purifica il nostro essere: lo è anche l'assenza di parole "costruite", che ci libera dagli schemi mentali superflui. Del resto, come afferma la filosofia zen: " Afferra una frase, scuotila per bene, finchè tutte le parole non cadono. Ciò che rimarrà darà energia al tuo cuore".

Viviamo in una società dove dialogare è diventato un obbligo, dimenticando che il silenzio è, spesso, l'unico luogo dove possiamo incontrare la parte più vera di noi stessi e degli altri.

Dr. Angelo Carli

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La caduta dei capelli

La caduta dei capelli è un fenomeno molto diffuso che aumenta nei cambi di stagione in quanto l’organismo deve adattarsi a diversi regimi dietetici e diverse temperature esterne. Esso è dovuto ad un normale ricambio del capello che segue un suo ciclo vitale legato a molti fattori. La crescita dei capelli dura circa 3-6 anni, poi segue una fase in cui si verifica un arresto della crescita con atrofizzazione del bulbo e infine cessa ogni attività vitale e i capelli cadono.

Naturalmente queste fasi possono subire alterazioni per cui si può verificare una caduta più elevata o frequente: stress, diete inadeguate, fumo, farmaci e, nelle donne, le alterazioni ormonali legate a gravidanza, allattamento o menopausa sono tutti fattori che influenzano questo fenomeno.

Per prevenire tali problemi bisogna evitare shampoo aggressivi e trattamenti (per esempio coloranti o permanenti) inadeguati.

Inoltre non bisogna legare i capelli in modo eccessivamente stretto e si dovrebbe evitare di spazzolarli troppo energicamente e di sottoporli a temperature molto alte per l'asciugatura.

Anche l'alimentazione influisce sul benessere della capigliatura: è bene consumare cibi ricchi di proteine, vitamine e minerali.

La vitamina A ha un ruolo di primaria importanza nei processi di rigenerazione cutanea, oltre che un elevato potere antiossidante.

La vitamina C è essenziale nella produzione di collagene, il costituente fondamentale della fibra capillare.

Le vitamine del gruppo B partecipano alla sintesi della cheratina, proteina che rappresenta uno dei principali componenti dei capelli, ed hanno un ruolo nel metabolismo energetico cellulare oltre che un’azione di contrasto nei confronti dello stress, una delle principali ragioni di eccessivo diradamento e caduta.

Tra i minerali, il ferro svolge un ruolo chiave nei processi di ricrescita del capello in quanto trasporta alle cellule l’ossigeno necessario, lo zinco interviene nella sintesi della cheratina, e il rame partecipa alla sintesi di melanina, la proteina che colora il capello.

ATTENZIONE:  Prima di intraprendere qualsiasi attività sportiva è consigliabile rivolgersi al medico.

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Alimentazione del cane: i cibi da evitare

E' ora di cena e il nostro piccolo amico si posiziona di fianco al tavolo guardandoci con sguardo "implorante". Difficile resistergli vero? Ma condividere qualche piccolo boccone di cibo con il nostro cane è un bene o un male? Beh, dipende dal tipo di cibo e da ciò che esso contiene. Per esempio, una patatina con guacamole può causare problemi. A dire il vero, esistono molti alimenti che noi consumiamo abitualmente, ma che non dovrebbero mai essere offerti al cane. E questo non solo per evitare un possibile e poco salutare aumento di peso dell'animale, ma anche perché alcuni cibi sono decisamente pericolosi per la sua salute. Ma quali sono?

Avocado

Certo, il guacamole è molto gustoso, ma non dovrebbe mai essere somministrato al cane. Questo perché l'avocado contiene una sostanza chiamata persina. E' innocua per gli esseri umani che non sono allergici ad essa. Ma elevate quantità di persina possono essere tossiche per i cani. Se vi capita di acquistare degli avocado con foglie, assicuratevi di tenere il cane lontano da esse. La persina, infatti, è presente nelle foglie, nei semi e nella scorza del frutto in questione.

Alcolici

La birra, i liquori, il vino e gli alimenti contenenti alcolici non dovrebbero mai essere offerti al cane. Questo perché l'alcol comporta i medesimi effetti sul fegato e sul cervello del cane degli esseri umani. Ma, a differenza dell'uomo, le quantità necessarie per causare l'insorgenza di tali effetti sono decisamente inferiori. Solo una piccola quantità, infatti, può causare vomito, diarrea, depressione del sistema nervoso centrale, problemi di coordinazione, difficoltà respiratorie, coma e persino il decesso. Più la taglia del cane è piccola, maggiore sarà l'effetto.

Cipolla e aglio

La cipolla e l'aglio in tutte le loro forme (in polvere, crudi, cotti o disidratati) possono distruggere i globuli rossi del cane con conseguente insorgenza di anemia. Questo può accadere anche con la cipolla in polvere presente in alcuni alimenti per neonati. Una piccola dose occasionale probabilmente non sarà fonte di problemi, ma elevate quantità o piccole quantità regolari possono causare una intossicazione. I sintomi relativi all'anemia includono debolezza, vomito, scarso interesse per il cibo, fiacchezza e mancanza di respiro.

Caffè, tè e altre fonti di caffeina

La caffeina, se somministrata al cane in quantità sufficientemente elevate, può essere fatale. I sintomi relativi all'intossicazione da caffeina includono irrequietezza, frequenza respiratoria rapida, palpitazioni, tremori muscolari, convulsioni ed emorragia. Oltre che nel tè e nel caffè, la caffeina è presente anche nel cacao, nel cioccolato, nelle bevande gassate e nelle bevande stimolanti/energetiche. E' presente anche in alcuni farmaci per il raffreddore e negli antidolorifici.

Uva e uvetta

Offrire al cane uva e uvetta non è sicuramente una buona idea. Sebbene le motivazioni non siano ancora del tutto chiare, l'uva e l'uvetta possono causare l'insorgenza di insufficienza renale nel cane. Anche solo una piccola quantità può creare problemi. L'eventuale comparsa di episodi ricorrenti e ripetuti di vomito nell'animale è uno dei primi segni a cui prestare attenzione. Nel giro di un giorno, il cane diventerà poi letargico e depresso. Il modo migliore per evitare tale situazione è quello di conservare uva e uvetta in luoghi inaccessibili all'animale.

Latte e altri prodotti lattiero-caseari

Nelle calde giornate estive, si può essere tentati di tenere da parte un po' del nostro gelato per il cane. Tuttavia, sarebbe opportuno non farlo. Questo perché il latte e i prodotti a base di latte possono causare nel cane l'insorgenza di diarrea, altri disturbi digestivi e persino allergie alimentari (che spesso si manifestano sotto forma di prurito).

Noci di macadamia

Il cane non dovrebbe mai mangiare noci di macadamia o alimenti che le contengano, poiché possono essere fatali. I sintomi relativi all'intossicazione includono tremori muscolari, debolezza o paralisi degli arti posteriori, vomito, temperatura corporea elevata e frequenza cardiaca rapida. Somministrare al cane cioccolato contenente noci di macadamia può aggravare i sintomi e causarne forse il decesso.

Dolciumi 

Le caramelle, le gomme da masticare, il dentifricio, i prodotti da forno e alcuni alimenti dietetici vengono spesso dolcificati con lo xilitolo. Questa sostanza può causare un aumento dell'insulina in circolo nel corpo del cane. Ciò può comportare un collasso degli zuccheri nel sangue del cane e anche l'insorgenza di insufficienza epatica. I sintomi iniziali includono vomito, letargia e perdita di coordinazione. Col tempo, l'animale può sperimentare attacchi convulsivi. L'insufficienza epatica può insorgere nel giro di pochi giorni.

Cioccolato

La maggior parte delle persone è consapevole del fatto che il cioccolato fa male ai cani. L'agente tossico presente in questo alimento si chiama teobromina. Tale sostanza è presente in tutti i tipi di cioccolato (cioccolato bianco incluso). Le tipologie più pericolose, tuttavia, sono cioccolato fondente, pacciamatura con corteccia di cacao (sottoprodotto della lavorazione del cioccolato utilizzato nel giardinaggio) e cioccolato non dolcificato. Il consumo di cioccolato, anche solo leccare una ciotola contenente una preparazione a base di cioccolato, può causare nel cane l'insorgenza di vomito, diarrea e sete eccessiva. Può anche provocare ritmo cardiaco anomalo, tremori, attacchi convulsivi e decesso.

Avanzi e ossa

Gli avanzi della tavola spesso contengono grasso di carne, che gli esseri umani non mangiano, e ossa. Entrambi sono pericolosi per il cane. I grassi della carne, sia cotti che crudi, possono causare nel cane l'insorgenza di pancreatite. E sebbene possa sembrare naturale dare al cane un osso, è bene ricordare che quest'ultimo può causare il soffocamento dell'animale. Le ossa possono anche scheggiarsi e provocare una ostruzione o lacerazioni a carico del tratto digerente del cane.

Cachi, pesche e prugne

Il problema correlato a questi frutti sono i semi o i noccioli. I semi dei cachi possono causare un'infiammazione a carico dell'intestino tenue del cane e anche una ostruzione intestinale. Esiste la possibilità di insorgenza di ostruzione anche nel caso in cui il cane ingerisca il nocciolo di una pesca o di una prugna. Inoltre, i noccioli di pesca e prugna contengono cianuro, che è tossico sia per gli esseri umani che per il cane. La differenza è che l'essere umano sa di non doverli mangiare, il cane no.

Uova crude

Le uova crude possono causare due problemi. Il primo consiste nella possibilità di una intossicazione alimentare da batteri, come salmonella o escherichia coli. Il secondo è che un enzima presente nelle uova crude interferisce con l'assorbimento di una particolare vitamina B. Questo può comportare nel cane l'insorgenza di problemi cutanei e a carico del pelo, se le uova crude vengono somministrate all'animale per un lungo periodo di tempo.

Sale

Condividere con il cane cibi salati, come patatine o salatini, non è una buona idea. Mangiare troppo sale, infatti, può causare nell'animale sete e minzione eccessive, e portare all'intossicazione da sodio. I sintomi relativi all'eccessiva ingestione di sale includono vomito, diarrea, abbattimento, tremori, temperatura corporea elevata e attacchi convulsivi. Può persino portare al decesso.

Cibi e bevande dolci

Quantità eccessive di zuccheri hanno sul cane il medesimo effetto che esse comportano nell'essere umano, ovvero obesità, problemi dentali e la possibile insorgenza di diabete.

Impasto per pane, pizza, ecc.

Prima della cottura, l'impasto necessita di lievitare. Se il cane ingerisce tale impasto, quest'ultimo lieviterà nello stomaco gonfiandosi. Questo può causare distensione addominale e forti dolori. Inoltre, quando il lievito fermenta, per favorire la lievitazione, produce alcol. Ciò può portare ad una intossicazione da alcol.

I nostri farmaci

La reazione ad un farmaco, comunemente prescritto agli esseri umani, è la causa più comune di intossicazione nei cani. Quindi, si consiglia di riporre e conservare i medicinali fuori dalla portata dell'animale. Inoltre, si sconsiglia vivamente di somministrare al cane qualsiasi farmaco da banco senza il previo consenso del veterinario. Principi attivi come paracetamolo o ibuprofene sono comuni negli antidolorofici e nei medicinali contro il raffreddore, e possono essere letali per il cane.

Tenere il cane lontano dalla dispensa

Molti altri oggetti che si trovano comunemente sugli scaffali della cucina possono essere dannosi per il cane. Per esempio, il lievito in polvere e il bicarbonato di sodio sono entrambi altamente tossici, così come la noce moscata e altre spezie. Pertanto, è bene conservare questi alimenti lontano dalla portata dell'animale e tenere gli sportelli sempre ben chiusi, per evitare nel cane l'insorgenza di gravi malattie correlate al cibo.

Cosa può mangiare il cane?

Per assicurarsi che il cane segua un regime alimentare sano ed equilibrato, si consiglia di consultare il veterinario. Egli potrà suggerire la tipologia di alimenti più adatta per l'animale. Esistono ottime formulazioni in grado di fornire al cane tutti i nutrienti di cui necessita per condurre una vita sana e attiva. Questo non significa il totale veto circa la somministrazione di qualche alimento che noi consumiamo abitualmente, a patto che le porzioni siano limitate e che i cibi siano ben cotti, puri e non grassi o molto conditi. Nel dubbio, si consiglia di consultare sempre il veterinario.

Dott. Carlo Giulianelli

Medico Veterinario 

Torino 

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Benefici del Coenzima Q10 nei pazienti con insufficienza cardiaca cronica moderata-grave

Quando aggiunto alla terapia convenzionale, il Coenzima Q10 ( CoQ10 ) ha prodotto un miglioramento degli esiti nei pazienti con insufficienza cardiaca cronica, forma moderata o grave.

A 2 anni, i pazienti che hanno ricevuto il Coenzima Q10 hanno presentato un significativamente più basso tasso di eventi avversi cardiovascolari maggiori ( MACE ), rispetto a coloro che non avevano assunto il supplemento ( 14% versus 25%; hazard ratio, HR=2 ).

Nel gruppo dei pazienti che hanno assunto il Coenzima Q10 è stata riscontrata una riduzione significativa sia della mortalità globale sia della mortalità cardiovascolare; è stata anche osservata una tendenza non-significativa verso una più bassa incidenza di eventi avversi ( P=0.073 ).

Il Coenzima Q10 è un prodotto naturale dell’organismo ed è coinvolto nella produzione di energia. E’ venduto come integratore.

In precedenza, studi hanno mostrato che i livelli di Coenzima Q10 sono ridotti nei campioni di biopsia cardiaca dei pazienti conforma più grave di scompenso cardiaco, e che bassi livelli plasmatici del coenzima sono correlati a un aumento della mortalità nella insufficienza cardiaca.

Studi più piccoli hanno dimostrato alcuni benefici della assunzione di Coenzima Q10 nei pazienti con scompenso cardiaco, ma nessuno di questi studi aveva una potenza statistica sufficiente per dimostrare un effetto sulla sopravvivenza.

Lo studio Q-SYMBIO è stato condotto in 17 Centri in Australia, Austria, Danimarca, Ungheria, India, Malesia, Polonia, Repubblica Slovacca e Svezia; sono stati arruolati in totale 420 pazienti con scompenso cardiaco cronico in classe NYHA III-IV. 

La maggior parte dei pazienti aveva una frazione di eiezione ridotta ( media 31% ); l'età media era di 62.3 anni.

I pazienti, oltre alla terapia standard anti-scompenso, hanno ricevuto il Coenzima Q10 alla dose di 100 mg tre volte al giorno oppure placebo.

L'endpoint primario di lungo periodo era un composito di ospedalizzazione non-pianificata dovuta a peggioramento dello scompenso cardiaco, morte cardiovascolare, trapianto cardiaco urgente o supporto meccanico, a 2 anni.

E’ stata effettuata anche una valutazione a breve termine ( 3 mesi ).

Dopo 3 mesi, la percentuale dei pazienti che hanno presentato miglioramenti della classe funzionale NYHA era simile nei due gruppi ( 44% nel braccio Coenzima Q10 versus 39% nel braccio placebo ).

Dopo 2 anni, la percentuale dei pazienti che hanno presentato un miglioramento era maggiore nel gruppo Coenzima Q10 ( 58% versus45% ; P=0.047 ). Alcuni pazienti sono passati dalla classe NYHA IV alla classe I.

In aggiunta all’endpoint primario degli eventi avversi cardiovascolari maggiori, sono state riscontrate riduzioni significative della mortalità globale ( 9 versus 17%; P=0.03 ) e della mortalità cardiovascolare ( 8 versus 15%; P=0.02 ) tra i pazienti che hanno assunto Coenzima Q10. ( Xagena2013 )

Fonte: Heart Failure Congress, 2013

Dr. Angelo Carli

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I falsi miti più diffusi in gravidanza

     
  Falsi miti  
 

La gravidanza è uno dei momenti più delicati nella vita di una donna: se da un lato essa è vissuta con positività e con entusiasmo, dall’altro lato è abbastanza comune che una gestante venga sommersa da consigli e credenze da parte di amici e parenti, che alimentano con racconti e superstizioni i classici falsi miti in gravidanza.

I luoghi comuni ed i falsi miti che riguardano il periodo della gravidanza dipendono per lo più dalle tradizioni popolari e non hanno alcun fondamento scientifico: anche per questo motivo, allo scopo di tranquillizzare la gestante e di fornirle tutti i chiarimenti ai suoi dubbi, si consiglia di frequentare un corso preparto in cui ostetriche e personale esperto e qualificato sapranno dare una risposta ad ogni perplessità.

Tra i falsi miti in gravidanza si ricorda quello secondo il quale il sesso del bambino sarebbe identificabile grazie alla forma della pancia: secondo le vecchie generazioni, se la forma del pancione è a punta la gestante aspetta un maschietto, mentre se la forma è arrotondata si tratta di una femminuccia. La spiegazione scientifica è che la forma della pancia sia determinata semplicemente dalla naturale conformazione del bacino: non vi sono elementi che si possano collegare al sesso del bebè.

Un’altra idea relativa alla gravidanza riguarda l’alimentazione: le nonne sostengono che quando si aspetta un bebè bisogna mangiare per due, ma questo è vero solo in parte. Se da un lato è importante garantire il giusto apporto calorico per se stesse e per il bambino, è anche vero che è importante evitare di prendere troppo peso, perché ciò potrebbe rappresentare un danno anche per la propria salute (potrebbe comportare l’insorgenza di malattie come il diabete gestazionale).

Inoltre, è da sfatare anche il mito secondo cui le macchie che compaiono talvolta sulla pelle dei bambini siano rappresentative di voglie che la mamma non ha soddisfatto in gravidanza: in realtà, la scienza spiega che le ‘voglie’ non sono altro che maggiore concentrazione di melanina (per esempio in quelle color caffelatte), oppure dilatazione dei vasi sanguigni (quelle rossastre).

Tra gli altri falsi miti vi è quello secondo cui la gestante non debba indossare collane durante il periodo della gestazione: tradizione vuole che, qualora la futura mamma indossi una collana, vi sarebbero buone probabilità che il cordone ombelicale si attorcigli intorno al collo del bebè. La spiegazione degli esperti a questa tradizione è che questo fenomeno potrebbe dipendere da una lunghezza eccessiva del cordone rispetto al normale, e dai movimenti del bambino all’interno del grembo materno.

Un altro luogo comune è quello secondo il quale il ciclo lunare possa influenzare la nascita del bebè: secondo alcune teorie, l’effetto della luna sulle maree dovrebbe stimolare il travaglio, ripercuotendosi sul liquido amniotico. Inoltre si ritiene che se il bebè è un maschietto, la nascita sarà prevista durante la fase crescente della luna, e se è femmina nascerà durante la fase calante. Secondo la tradizione, la luna in fase crescente rappresenta anche uno dei momenti migliori per concepire. Su questo mito però ci sono ancora molte discussioni in corso, poiché non sarebbe ancora stata smentita con prove scientifiche questa teoria tramandata da generazioni.

I falsi miti in gravidanza sono tanti: è importante consultare il proprio ginecologo ogni qualvolta non si sia sicure di qualcosa.

Per avere maggiori informazioni su questi e molti altri temi legati alla gravidanza, visita Ok Corso Preparto su www.corso-preparto.it, il motore di ricerca numero 1 sui corsi preparto e postparto in Italia! 

 

A cura di: Ufficio Stampa Ok Corso Preparto

 
     
 

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