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Staminali del cordone ombelicale, donarle o conservarle?

     
  Staminali  
 

Numerosi studi internazionali hanno ampiamente confermato il valore delle cellule staminali utilizzate in ambito clinico per il trattamento di molteplici patologie. Tali cellule si possono trovare anche all’interno del sangue cordonale di ogni neonato. Questo è il motivo principale che dovrebbe spingere ogni famiglia che sta per avere un figlio ad informarsi sul prelievo e sulla conservazione cordone ombelicale, sia privatamente che attraverso una donazione al sistema pubblico.

E’ necessario allora fare chiarezza sull’argomento, per permettere ad ogni coppia di futuri genitori di compiere una scelta consapevole e ragionata.

La prima via possibile riguarda la donazione delle cellule staminali raccolte dal cordone ombelicale del proprio bambino al servizio pubblico. La proprietà del campione passa quindi dai genitori al sistema sanitario nazionale e viene conservato in una struttura pubblica per poi essere utilizzato nel caso in cui venga riscontrata la compatibilità necessaria per effettuare un trapianto allogenico. L’unica eccezione da ricordare, come predisposto dal Ministero della Salute (1), riguarda la possibilità di rinvenire rischi di patologie “geneticamente determinate” per il nascituro. Qualora si dovesse presentare questo rischio infatti, la famiglia del bambino può richiedere il campione e conservarlo per uso autologo. Ma quali sono i dati in Italia? Sono 19 le biobanche pubbliche nel nostro Paese (pari al 10% delle strutture su scala mondiale) ma il numero di campioni bancati è ancora piuttosto basso. I dati forniti dal CNS (Centro Nazionale Sangue) sono chiari: nel 2011 sono state conservate solo 3.142 unità (2), a fronte delle 22.166 prelevate e ad un numero di nascite complessivo di circa 550 mila neonati (3). Ciò dimostra come gran parte dei cordoni ombelicali finisca direttamente tra i rifiuti organici.

La seconda via percorribile riguarda la conservazione privata, metodo che permette alla famiglia di mantenere la priorità sulle cellule staminali cordonali prelevate e di poterle utilizzare in caso di necessità. Come stabilito dal Decreto Minesteriale del 18 Novembre 2009 però, la conservazione può avvenire solo in biobanche con sede in territorio estero. Queste sono le modalità previste per l’utilizzo delle staminali sia per effettuare trapianti autologhi (cellule infuse nella stessa persona che le ha generate), sia per trapianti allogenici intrafamigliari (cellule destinate ad un membro della famiglia del donatore). In questo secondo caso è importante ricordare come un rapporto di parentela più stretto assicura una maggiore possibilità di compatibilità: fino al 50% con i genitori e fino al 25% con fratelli e sorelle.

La scelta della conservazione all’interno di banche private non devo spingere a dubitare sulla qualità del servizio offerto rispetto alle banche pubbliche.

Diversi i casi con esito positivo. Ad esempio una bambina affetta da leucemia linfoblastica acuta, sottoposta a trapianto autologo all’età di tre anni e oggi, a distanza di sei, perfettamente sana e in grado di condurre una vita normale (4). Un altro esempio, questa volta di trapianto intra-famigliare, riguarda Jan (5), un bambino affetto da anemia aplastica, che grazie alle cellule trapiantate dal fratellino può vivere oggi una vita serena.

Entrambe le strade dunque (conservazione pubblica e privata) sono meritevoli; inutili le competizioni e le rivalità tra i due sistemi. E’ importante invece cooperare serenamente per l’obiettivo comune: evitare il continuo spreco di una risorsa preziosa come le staminali del cordone e migliorare costantemente il servizio offerto alle famiglie.

Per ulteriori informazioni: www.sorgente.com 

 

A cura di: Ufficio Stampa Sorgente


1) Decreto Ministeriale 18 novembre 2009 “Disposizioni in materia di conservazione di cellule staminali da sangue del cordone ombelicale per uso autologo-dedicato”.

2) Report 2011 riportato dal CNS. 

3) Dati Istat.

4) Clicca qui per scaricare il documento.

5) Clicca qui per scaricare il documento 

 
     
 

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I vantaggi del massaggio neonatale

     
  Massaggio neonatale  
 

Dopo nove mesi nel calore del ventre materno, venire a contatto con il mondo esterno rappresenta una sorta di trauma per il neonato. Per aiutarlo a prendere confidenza con la quotidianità può rivelarsi molto utile frequentare un corso post parto di massaggio neonatale. Che non solo rassicurerà il bambino alleviando piccoli fastidi fisiologici, ma contribuirà a creare un legame affettivo profondo fra genitore e neonato.

La tecnica del massaggio neonatale infatti, rivolta non solo alle mamme ma anche ai papà, è il modo ideale per stabilire una connessione affettiva autentica con il proprio bambino. Grazie a una delicata manipolazione fisica e al contatto visivo, il bambino impara a conoscere l’odore del genitore, il suono della sua voce e i tratti del suo viso.

Le tecniche di massaggio infantile sono varie e vengono acquisite solo attraverso i consigli e la guida di un operatore esperto, mai in autonomia, altrimenti invece di trasmettere benessere al neonato, si rischia di infastidirlo. Obiettivo del massaggio neonatale è, in sostanza, infondere benefici a lungo e breve termine: attenuare dolori, malesseri e piccole tensioni, stimolare i sensi del bambino, contribuire a regolarizzare il sistema circolatorio, i ritmi del sonno e della veglia e le attività neuro ormonali.

Ma come si effettua? Ci sono alcune accortezze da seguire: anzitutto è preferibile che il piccolo non indossi né indumenti né pannolini, e che venga disteso su un piano morbido e situato in un ambiente caldo e confortevole. La mamma o il papà dovranno avere le mani pulite e calde, prive di anelli o bracciali che potrebbero ferire involontariamente il bambino e avere le unghie corte. Infine  non vanno usati oli profumati, che rischierebbero di irritare la pelle delicata del neonato.

Le zone dove si concentra il massaggio infantile  neonatale sono il visino, la pancia, le gambe e i piedini. Il massaggio al viso, forse il momento di maggior coinvolgimento emotivo, va effettuato con movimenti molto delicati. Il massaggio a gambe e piedi rilassa il bambino e, se rivolto a determinati punti, può portare diversi benefici, come evidenzia anche la riflessologia plantare. Mentre il massaggio al pancino e alla zona inguinale può alleviare dal dolore delle coliche e liberare il bebè dall’aria in eccesso.

Il massaggio infantile è una fase importante per la crescita e lo sviluppo fisico ed emotivo del neonato e rappresenta uno scambio emotivo intenso fra genitore e figlio. 

Vuoi scoprire dove frequentare corsi di massaggio neonatale? Cerca su www.corso-preparto.it

 

A cura di: Ufficio Stampa Ok Corso Preparto

 
     
 

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Snellire fianchi e glutei

Spesso mangiano leggero, latte e cereali, pasta integrale, verdure, bresaola... eppure, senza movimento od attività fisica, il gonfiore su gutlei, cosce e fianchi perdura e si formano più rotolini del consueto.

D'altra parte è proprio la zona privilegiata per il deposito dei grassi proveniente dal metabolismo dei  carboidrati. Per fortuna per le donne, l'accumulo di grassi in questi punti resta spesso in superficie e non va a depositarsi a livello più profondo, negli organi interni, come accade spesso negli uomini.
Questo sighifica che è più facile scioglierlo! Inoltre, bisogna limitare le farine raffinate ed i derivati, in quanto hanno un alto contenuto di carboidrati e richiamano acqua nei tessuti, da cui la formazione di gonfiore. Per stimolare il drenaggio è innanzitutto opportuno almeno un ciclo di 8-10 linfodrenaggi aiutati dalla fitoterapia, in particolare i macerati glicerici di Juglans Regia e Betula Pubescens ( il noce e la betulla). Posologie e modalitò di assunzione spettano al terapeuta.

Per aiutare l'organismo a smaltire i "rotolini", riducendo l'alterata risposta dell'insulina, l'ormone sensibile al livello degli zuccheri circolanti nel sangue e responsabile dei depositi adiposi. è indicata invece la tintura spagirica di Erba Spagna ( Erba Medica) . Per una cura d'urto bisogna sempre abbinare un bicchiere di acqua oligominerale, in  modo da espellere gli eventuali acidi urici che creano gonfiore.

Una attività fisica intensa ma breve è l'ideale per stimolare il metabolismo e bruciare di più. Con la bella stagione, è perfetta l'acquagym  ( mezz'ora 4 volte alla settimana) da associare a bagni serali con 2 kg di sale grosso, che asciuga i ristagni. 

Dr. Angelo Carli

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La menopausa e i mille colori dell'autunno

La jeunesse n'a que du vert; et nous autres gens d'arrière-saison,

nous sommes de cent mille couleurs, les unes plus belles que les autres

(Comte de Bussy in Lettres de M.me de Sévigné)

 

[In questo breve contributo parlerò della menopausa naturale, pur sapendo che esistono altre forme di menopausa, artificiale o precoce che meritano un'attenzione specifica. Per le donne che attraversano questa esperienza sono disponibile a rispondere ad eventuali domande attraverso l' e-mail]

 

La menopausa è una tappa naturale e fondamentale nella vita di ogni donna, nonchè un'occasione per ripensare se stesse, ridefinirsi, ritrovare un nuovo equilibrio.

È importante che ogni donna possa vivere con la serenità che merita una fase in cui cambiamenti interni (biologici, psicologici, affettivi) si combinano con quelli esterni (sociali, lavorativi, famigliari), fase in cui ci si può riposizionare al centro della propria esistenza, grazie ad una maggiore maturità e consapevolezza di sé stesse.  
 

Una fase naturale nel ciclo di vita

Generalmente attribuiamo, più o meno inconsciamente, alla menopausa un giudizio negativo, qualcosa di temuto che si spera tardi il più possibile e il cui arrivo, se anticipato rispetto alle nostre aspettative, ci coglie alla sprovvista, interrogandoci immediatamente sul nostro stato di salute o, peggio, sulla nostra sfera femminile.

Sempre più autori ci invitano finalmente a pensare la menopausa non più come una temibile e inevitabile tappa, preludio di una fase di decadenza, definita solo in negativo (scomparsa di aspetti positivi e comparsa di sintomi negativi) ma, al contrario, come una fase naturale da valorizzare.

Sotto questo aspetto può esserci di aiuto osservare cosa accade nelle altre culture, non per idealizzare l'erba del vicino ma solo per renderci conto quanto cultura-psiche-corpo siano intimamente legati e come al variare dei contesti socio-culturali variino anche le percezioni dell'esperienza che attraversiamo.

In alcune culture sintomi per noi scontati e inevitabili come le vampate, sono praticamente sconosciuti o irrilevanti, così come molti altri sintomi (cefalee, stanchezza, disturbo del sonno, calo del desiderio sessuale, sbalzi d'umore, … ), anche quando presenti, non vengono necessariamente collegati alla menopausa ma a fattori o eventi contingenti della vita.

Anche nella nostra società l'entità delle vampate di calore, il sintomo per eccellenza, varia da donna a donna:  ben tollerate da alcune, tendono a scomparire più rapidamente, mentre in coloro che ne sono più disturbate o, addirittura, spaventate, aumentano di intensità e frequenza; altre donne non le hanno mai neanche sperimentate. Ma da cosa può dipendere il nostro grado di accettazione e tolleranza di queste sensazioni nuove e la loro intensità ? Certamente da più fattori, per esempio: il nostro temperamento, sicuro e curioso o, al contrario ansioso; il nostro livello di autostima; il giudizio (esplicito o implicito) di chi ci sta accanto; l'educazione che abbiamo ricevuto e l'esempio delle donne che hanno giocato un ruolo significativo nella nostra vita.
 

Konenki e menopausa

Nella lingua giapponese, medici e pazienti utilizzano questo termine per parlare di menopausa, pur riferendosi ad un concetto molto più ampio. Infatti letteralmente konenki significa svolta, transizione, cambiamento di vita (Lock, 1993). Come illustrato da Diasio e Vinel nel “Il tempo incerto: antropologia della menopausa”, con questo termine più che al cambiamento biologico ci si riferisce ad un insieme di trasformazioni che riguardano la sfera famigliare, sociale e affettiva della donna, interpretandolo in modo diverso e soggettivo e collocandolo in un momento della propria vita per ognuna diverso: per qualcuna indicherà l'inizio della vecchiaia, per altre la fine del ciclo mestruale, oppure una transizione lenta che può durare anche alcune decadi, altre ancora affermano di non averlo mai vissuto (Diasio Vinel, 2003).

Questo per farci capire che la menopausa si colloca all'interno di un processo molto complesso. L'OMS definisce questa processo come transizione menopausale, un periodo la cui durata e caratteristiche variano da donna a donna. Le fonti mediche dicono che può durare anche 20 anni, iniziando 10 anni prima e terminando 10 anni dopo l'ultimo ciclo mestruale, che finisce con il diventare, suo malgrado, simbolo di un potente spartiacque tra un prima e un dopo nell'identità femminile, quasi un evento traumatico, temuto per alcune ma, non stupiamoci troppo, liberatorio per altre.

Queste definizioni ampie ci aiutano a capire che la menopausa non segna un passaggio immediato, un brusco salto dalla giovinezza alla senilità ma è un processo lento e graduale, di cui ognuna di noi diventa consapevole in tempi e modi diversi.

Dobbiamo uscire dall'idea che in questa fase la donna vada riparata e mantenuta il più possibile uguale a prima, per questo è importante sottolinearne non solo gli aspetti negativi, di cui è comunque fondamentale prendersi cura qualora si presentino, ma anche quelli creativi e trasformativi, dal momento che la menopausa rappresenta sopratutto un'altra tappa fondamentale dello sviluppo umano femminile.

Definirei un diritto quello di concedersi l'opportunità di vivere il più serenamente possibile un momento della vita che ci porta a riflettere su noi stesse, che ci impone di trovare nuovi equilibri e aspirazioni, che ci invita a risolvere quei conflitti che nonostante tutto sono rimasti ancora irrisolti; infatti è nei momenti di crescita che tutti i nodi tornano al pettine e, come ogni crisi, anche questa rappresenta un momento di potenziale rinascita e trasformazione.
 

Mi piace concludere con le parole poetiche di Alda Merini  “la menopausa è il periodo dorato dell'amore”, che io interpreto come un invito a coltivare un sentimento di amore pieno, consapevole e meritato verso noi stesse e, di conseguenza, verso chi ci sta accanto … e non viceversa !

 

Qualche consiglio pratico: Alimentazione e buone abitudini quotidiane:

Per coloro alle quali è rimasto il desiderio di qualche indicazione pratica su questo argomento, qui di seguito troverete alcuni spunti tratti dal libro: “Climaterio e menopausa (naturale o indotta): suggerimenti utili” (Giorgio Secreto. 2009 ATTIVEcomperima Onlus, Milano), nel quale, l'alimentazione è indicata come fattore particolarmente importante nella prevenzione e trattamento di alcuni disturbi; vengono indicati 4 fattori principali:

  1. fornire un adeguato supporto di calcio e vitamina D;
  2. ridurre l’apporto di colesterolo e di grassi, soprattutto di grassi saturi
  3. mantenere sotto controllo il peso corporeo;
  4. arricchire la dieta con un adeguato supporto di fibre.

Per la prevenzione dell'osteoporosi, uno dei fattori più comunemente connessi alla menopausa,vanno reintegrati sia il calcio che la vitamina D, in quanto ne facilita l’assorbimento.

Al contrario di quanto comunemente si crede; pur essendo ricchi di calcio; i prodotti caseari, non hanno una dimostrata azione protettiva sulle fratture da osteoporosi, al contrario, un consumo eccessivo di latticini non è consigliabile per il loro alto contenuto di grassi saturi. Una fonte apprezzabile è rappresentata dalle acque minerali in commercio ricche di calcio. Viene inoltre consigliata un aumento del consumo di pesce ricco di grassi insaturi e di vitamina D a discapito di carni rosse, per l'alto contenuto di colesterolo e grassi saturi.


Se l'alimentazione può essere molto utile nel ridurre i sintomi e prevenirli è importante introdurre anche qualche accortezza nelle abitudini quotidiane, per esempio: evitare gli eccessi in fumo, alcol e caffeina e praticare un'attività fisica costante. Si tratta di accorgimenti validi per qualunque fascia di età ed è ovvio che se si arriva in questa fase in buona salute sarà più semplice affrontare i cambiamenti che essa comporta...

L'utilità di ricordare queste semplici norme di cui siamo probabilmente tutte consapevoli è dato dal fatto che in questa fase si rischi di essere troppo indulgenti con se stesse, pensando che non vi sia più nulla da perdere o sentendo la necessità di concedersi premi autoconsolatori in risposta ad un senso di insoddisfazione che nasce da dentro e che non si risolverà in questo modo.

Al contrario, queste concessioni, se diventano la norma, innescheranno un circolo vizioso peggiore della menopausa stessa, che va quindi smorzato sul nascere, ricreando spazi (come le attività legate al benessere psico-fisico) personali e sociali che possano aiutarci a distogliere la nostra mente dai vissuti negativi di perdita e a rielaborare una nuova identità anche più ricca, stabile e solida di quanto potessimo immaginare, come ricordava il Conte di Bussy in una lettera a Madame De Sévigné: “la giovinezza non ha che il verde mentre noi dell'autunno abbiamo mille colori, uno più bello dell'altro”.

 

Dott.ssa Giorgia MicenePsicologa e Psicoterapeuta

 

Bibliografia

Il tempo incerto: antropologia della menopausa.  Nicoletta Diasio,Virginie Vinel, 2007.

Encounters with Aging: Mythologies of Menopause in Japan and North America. Margaret Lock, 1993 

Are we there yet? The menopause and older women’s lives. Jacqueline Christodoulou, 2011 

Climaterio e menopausa (naturale o indotta): suggerimenti utili. Giorgio Secreto. 2009 

 

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Mindfulness in pillole - Parte II

Mindfulness in pratica.  


“Se la tua mente si allontana dal respiro cento volte,

il tuo compito è semplicemente quello di ricondurla al respiro cento volte,

qualunque sia la preoccupazione che l'ha distratta” (J. Kabat Zinn)

 

La mindfulness va sperimentata per poter essere davvero capita. Le tecniche sono  strumenti – e non obiettivi di per sé. Esse ci sono d'aiuto nel coltivare la consapevolezza del nostro “essere” attraverso il “non-fare”. Avvicinarsi alla minduflness significa essenzialmente proprio questo: prendere coscienza di quanto sia difficile per noi e per la nostra mente “non-fare”.

Per sua natura la mente tende ad essere irrequieta e, specialmente all'inizio, la presenza di qualcuno che ci guida, un esperto e un gruppo di riferimento, possono essere di grande aiuto a superare la frustrazione e la sensazione di sbagliare.

La mindfulness può essere praticata attraverso due modalità diverse ma complementari: quella formale (o strutturata) e quella informale.

È possibile alternare momenti di pratica formale,  in cui ci si dedica completamente alla nostra innata capacità di consapevolezza

  • in un momento predefinito della nostra giornata,
  • per un tempo prestabilito,
  • attraverso focalizzazioni specifiche, ad esempio sul respiro, sul corpo, o sui suoni,

e quella quotidiana informale, che propone di vivere in modo consapevole alcuni momenti specifici della nostra routine quotidiana (per esempio quando mangiamo, sparecchiamo, portiamo fuori la spazzatura...)

Ognuno può dedicare alla pratica formale il tempo che sente possibile ritagliarsi per un periodo significativo (2 -3 mesi almeno per capirne l'effetto su di noi) , per non meno di  5 minuti al giorno. Alcuni studi hanno dimostrato che un impegno costante di 10-15 minuti al giorno produce effetti a livello del funzionamento corticale già dopo 3 mesi di pratica.

I corsi di minduflness propongono più esercizi durante la giornata che variano  dai 15 ai 45 minuti, per una durata totale che può raggiungere anche un'ora e mezza al giorno. 

Le tecniche qui riportate sono tratte dal libro di J.Kabat Zinn “Vivere momento per  momento”.


Pratica strutturata:

La prima regola di qualunque pratica strutturata è: “rispetta i tuoi limiti”. Dobbiamo imparare e conoscere e rispettare i nostri limiti, perchè è esplorandoli in maniera rispettosa e delicata, evitando di forzarli, che riusciremo ad espanderli in modo naturale.  


L'esplorazione del corpo (durata 30-45 minuti): il corpo è la nostra finestra sulla mente

È la prima pratica di consapevolezza in cui ci si impegna nella maggior parte dei percorsi di mindfulness, insieme all'osservazione del respiro è il fondamento di tutte le altre tecniche di meditazione. In questa pratica, l'esplorazione del corpo diventa un modo per stare con se stessi, attraverso il nostro corpo, senza obiettivi specifici di rilassamento, cura, miglioramento.

Si tratta di abbandonare ogni obiettivo di miglioramento e benessere,  per provare a sentirci come siamo, perché è solo attraverso l'accettazione della realtà così com'è, per quanto spaventosa e dolorosa, che possono prodursi cambiamento, crescita, trasformazione.

Sdraiati sulla schiena, si concentra l'attenzione sulle varie parti del corpo in successione.

Completata l'esplorazione del corpo restiamo sdraiati in silenzio. Dopo un po', rientriamo in contatto con la sensazione complessiva del corpo. Torniamo a sentirlo come solido. Muoviamo leggermente mani e piedi. Dondoliamo un po’ e ci massaggiamo la faccia e poi ci alziamo.

 

Pratica del respiro 

esercizio 1 (durata 10-45 minuti)

Fai questo esercizio per 15 minuti al giorno ad un'ora che ti è comoda, ogni giorno, che tu ne abbia voglia o meno, per una settimana. Coricati sulla schiena o seduti assumendo una postura fiera e dignitosa, ma non rigida (colonna diritta e spalle rilassate) su una sedia o sul pavimento, con il bacino poco più in alto delle ginocchia e la schiena staccata dallo schienale.

Chiudere gli occhi, se non crea disagio.

Portare l'attenzione alla pancia, sentendola sollevare o espandersi leggermente con l'ispirazione e abbassarsi o sgonfiarsi con l'espirazione

Mantieni l'attenzione sul respiro, restando con ciascuna ispirazione ed espirazione per tutta la loro durata .

Quando noti che la tua mente si è allontanata dal respiro, nota cosa l'ha distratta e poi, delicatamente, riporta l'attenzione alla pancia e alla sensazione del respiro che entra e che esce


Camminare consapevolmente: Durata 10 minuti

Per praticare la meditazione del camminare non dobbiamo andare da nessuna parte. Al riparo da sguardi altrui, provate a camminare in tondo o avanti e indietro in una stanza o in un cortile, é sufficiente avere uno spazio che ci permetta di procedere per 10 passi senza interromperci. 

Questa pratica favorisce l'attenzione cosciente all'esperienza del camminare in se stessa: la postura, il portamento, il contatto dei piedi con il terreno, le gambe che si muovono oppure tutto il corpo che cammina.

Una volta che siamo diventati famigliari con questa pratica possiamo applicarla a momenti della giornata in cui ci spostiamo a piedi.


Spazio di respiro di 3 minuti

Adottare una posizione fiera e dignitosa, eretta o seduta, possibilmente ad occhi chiusi, se le circostanze lo permettono.

I fase: chiedetevi: “qual è la mia esperienza in questo momento? Quali pensieri stanno attraversando la mia mente?”  “Quali sono le mie emozioni in questo momento?” Aprendosi ad ogni sensazione sgradevole o spiacevole.  “Quali sensazioni fisiche sono presenti in questo momento?” magari esplorando rapidamente il corpo per notare qualunque impressione di tensione o fastidio.

II fase: Raccogliersi. Portare l'attenzione sulle sensazioni fisiche del respiro, nell'addome che si contrae e si espande. Seguendo il respiro per tutto il suo movimento dentro e fuori. Usando il respiro come ancoraggio al momento presente.

III Fase: Espandersi. Ora estendo la consapevolezza intorno al respiro, estendendo alla percezione del corpo come un tutt'uno, la postura e l'espressione del viso, accogliendo sia le sensazioni piacevoli che spiacevoli.

Ed ora portiamo questa maggiore ed estesa consapevolezza ai momenti successivi della nostra giornata, qualunque siano le circostanze che ci aspettano.


Pratica non strutturata:

Portare la consapevolezza in qualsiasi attività trasformano quest'ultima in meditazione.

In questo senso la pratica della meditazione è soprattutto “ricordare” qualcosa che già sappiamo.

La sensazione di essere integri, di essere in contatto con il nostro essere e la pienezza di vedere le cose come se fosse la prima volta è qualcosa che abbiamo sicuramente già sperimentato ma che, immersi nella modalità del fare e sotto il controllo del pilota automatico, tendiamo a dimenticare.

Dott.ssa Giorgia MicenePsicologa e Psicoterapeuta

 

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Sorgente - Conservazione cordone ombelicale

     
 

Sorgente è la società leader, in Europa, per la crio-conservazione privata  delle staminali da cordone ombelicale.

E' legata in esclusiva nazionale alla biobanca leader in Europa per numero  di trapianti (VITA34 AG), con oltre 140.000 famiglie clienti, certificata  GMP, PEI, EFI, ISO, IATA e quotata alla borsa valori di Francoforte.

Si avvale di un Comitato Scientifico composto da medici e ricercatori di  spessore internazionale ed è l'unica società  in Europa ad offrire alle famiglie  clienti ben tre livelli di tutela: Contratto di diritto italiano, Subentro  della biobanca in caso di insolvenza di Sorgente e Assicurazione Generali AG  in caso di insolvenza della biobanca.

 

Sorgente

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Cellule staminali: cosa sono e come si classificano

     
  Cellule staminali  
 

Sui media si parla sempre più di frequente delle cellule staminali e del loro utilizzo nel trattamento di alcune patologie, anche gravi. Recentemente, hanno acquisito una rilevante importanza le cellule staminali del cordone ombelicale, che possono essere conservate privatamente in apposite banche.

Le staminali sono caratterizzate da tre proprietà esclusive fondamentali:

- sono cellule indifferenziate, cioè non possiedono una identità funzionale ancora definita;

- possono autorinnovarsi, ossia quando si replicano danno origine a nuove staminali;

- sono in grado di generare qualsiasi cellula presente in un organismo adulto [1].

Le  cellule staminali si possono distinguere in base alla loro capacità differenziativa:

- staminali totipotenti: capaci di originare tutte le cellule di un organismo, anche quelle degli annessi extraembrionali (per citare un esempio, la placenta);

- staminali pluripotenti: possono generare tutte le cellule di un organismo, fatta eccezione per quelle dei tessuti extraembrionali;

- staminali multipotenti: quando si replicano, danno origine a più tipologie di cellule, tutte però legate a un’unica particolare funzione. Fanno parte delle staminali multipotenti le cellule ematopoietiche (o staminali del sangue), che sono in grado di dare origine a tutte le cellule della linea ematica, ma non a quelle del cervello.

Un’altra classificazione comune delle cellule staminali si basa sulla loro sede di origine. In base a questa classificazione possiamo distinguere:

- cellule staminali embrionali: sono staminali pluripotenti che si trovano appunto nell'embrione [2]. Possono essere raccolte e dunque impiegate solo a costo della distruzione o forte manipolazione dell'embrione; per questo motivo il loro uso rappresenta un tema controverso sul piano bioetico.

- cellule staminali del cordone ombelicale: si tratta di staminali contenute nel sangue cordonale. Vengono raccolte subito dopo il parto, senza alcuna conseguenza negativa per il bebè, né per la mamma. Inoltre, l’operazione è totalmente indolore per entrambi. Per queste caratteristiche, l’uso di cellule staminali del cordone ombelicale non solleva alcuna problematica di tipo morale.

- cellule staminali adulte: tali cellule sono contenute verosimilmente in tutti i tessuti e gli organi dell’inviduo adulto. Le cellule staminali adulte più utilizzate per applicazioni cliniche sono quelle ematopoietiche, che generano ogni cellula del sangue esistente e quelle mesenchimali, che invece danno origine a più tipi cellulari (come, per esempio, cellule cartilaginee e adipose) [3].

Le cellule staminali rappresentano dunque un importante patrimonio biologico in grado, potenzialmente, di originare ogni organo o tessuto.

Per avere ulteriori informazioni sulle cellule staminali e sul loro utilizzo, è possibile visitare il sito www.sorgente.com

 

Note bibliografiche

1. Thomson, J.A., et al., Embryonic stem cell lines derived from human blastocysts. Science, 1998.

282(5391): p. 1145-7.

2. Menendez, P., et al., Human embryonic stem cells: potential tool for achieving immunotolerance? Stem Cell Rev, 2005. 1(2): p. 151-8.

3. Ikada, Y., Challenges in tissue engineering. J R Soc Interface, 2006. 3(10): p. 589-601.

 

A cura di: Ufficio Stampa Sorgente

 
     
 

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Mindfulness in pillole - Parte I

La mindfulness può essere definita in molti modi: una pratica, una filosofia di vita, un movimento che attrae sempre più persone e che avvicina concetti e metodi provenienti dalla meditazione, la psicologia e lo yoga.  

Le origini

Letteralmente mindfulness si riferisce al concetto di piena consapevolezza.

Il termine Mindfulness è il termine inglese con cui viene tradotto il termine buddista di meditazione Vipassana o meditazione di consapevolezza.

In questo senso la mindfulness è un concetto antico, che affonda le sue radici nella tradizione buddista e che fa riferimento ad un aspetto che appartiene a tutti noi e che va “solo” riconosciuto,  sollecitato e riscoperto.

La Mindfulness oggi

Attualmente però quando sentiamo parlare di mindfulness, sia che ci si riferisca ad un atteggiamento che ad un'attività strutturata, con molta probabilità  ci si sta  riferendo al concetto reso famoso dal dott. Jon Kabat-Zinn – biologo molecolare statunitense – che verso la fine degli anni settanta definisce un protocollo di intervento di riduzione dello stress basato sulla mindfulness (MBSR protocol). La sua proposta sortisce un effetto di enorme portata che fa si che il concetto di mindfulness (fino ad allora limitato all'ambiente meditativo buddista) entri a pieno titolo nell'ambito sanitario e successivamente nella sfera del benessere dell'individuo e della comunità.

Questa è  la sua definizione più nota:  

Mindfulness è la consapevolezza che nasce dal prestare attenzione - nel momento presente, in modo intenzionale e non giudicante - allo schiudersi dell'esperienza, attimo dopo attimo. (Jon Kabat-Zinn)

Moltissimi libri descrivono le modalità, sia strutturate che non strutturate, che ci aiutano ad  immergerci in questo tipo di consapevolezza.

Nella sua essenza, si tratta di imparare ad osservarci attraverso i sensi – non solo in modo mentale/razionale - imparando a prendere contatto con tutti gli aspetti (piacevole e spiacevoli) di noi stessi e di cosa ci circonda senza l'intenzione di modificarci.

Questo è un principio essenziale della mindfulness, nonché il suo elemento più interessante, semplice e difficile allo stesso tempo.

Avvicinarsi alla pratica vuol dire accettare di osservare e osservarsi, prendere atto delle cose così come sono, anche quando ci provocano sofferenza e dolore.

Una maggiore consapevolezza di noi stessi, genererà una reazione a catena che potrà portare ad un cambiamento, o meglio, ad una trasformazione, ma questa sarà solo una conseguenza secondaria di un processo più profondo e non potrà avvenire sotto la direzione di una nostra decisione aprioristica. 

La pratica della mindfulness consiste essenzialmente nell'auto-osservazione di sé e di ciò che ci circonda. Questo avviene attraverso un percorso per gradi, sia nelle modalità che nelle tempistiche, che identificano nel corpo e nel respiro i canali fondamentali per accedere alla psiche.

Partendo da attività anche molto brevi di 10, 15 minuti al giorno, si può arrivare ad applicare la mindfulness al proprio stile di vita, dapprima esercitandola attraverso attività quotidiane, anche le più banali (lavarsi, vestirsi, mangiare, buttare la spazzatura, ...) fino a giungere, per chi lo desidera, a vivere l'intera giornata in modo mindfulness.   

Questa pratica deve essere sostenuta da alcuni pilastri: Non giudizio – Pazienza - Mente del principiante – Fiducia - Non cercare risultati - Accettazione - Lasciar andare  - Impegno e autodisciplina -    

A dispetto di quanto possiamo credere, il non-fare è un atteggiamento molto impegnativo, specialmente in un'epoca in cui le persone vengono valutate e giudicate, sulla base di quanto fanno. 

Apprendere l'arte del non-fare in modo consapevole richiede tempo, costanza, impegno e determinazione. I risultati degli studi scientifici sembrano tutti concordare che l'investimento, per quanto ingente possa sembrare a molti, non deluderà nei risultati. 

Dott.ssa Giorgia MicenePsicologa e Psicoterapeuta


E per chi volesse saperne di più, ecco alcuni suggerimenti per approfondire l'argomento:

Di Jon Kabat Zinn:

Vivere momento per momento

Dovunque tu vada ci sei già

Mindfulness per principianti

Il genitore consapevole


Altri autori:
 

Mindfulness. Essere consapevoli. Gherardo Amadei

Corso di meditazione di mindfulness. Conosco, conduco, calmo il mio pensare. Ennio Preziosi

Piccoli momenti di Mindfulness. Patrizia Collard
 

Attività:

Mindfulness. Colorare per trovare la pace

Mindfulness. Colorare per trovare la serenità

 


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Corso postparto di assistenza all'allattamento

     
  Allattamento  
 

Allattare al seno il neonato contribuisce a migliorare e rafforzare il legame tra il piccolo e la propria mamma. Inoltre, è un'attività volta a nutrire il bimbo con l'alimento per lui perfetto in questa prima fase della sua vita: il latte materno. Ci sono anche dei corsi post parto dedicati all'argomento. L'allattamento al seno, pur essendo un'attività naturale e raccomandata a tutte le neomamme, non è affrontata da tutte le donne con la stessa facilità. Tante neomamme convivono con dubbi, incertezze, consigli e pareri contrastanti che provengono sia da parenti sia da amici, fastidi e dolori provocati da mastiti, ingorghi mammari o ragadi. In questi casi frequentare un corso post parto di assistenza all'allattamento rappresenterebbe la soluzione più opportuna per chiarire tutti i dubbi e ricevere supporto durante questo nuovo ed emozionante periodo della vita. Durante il corso ostetriche, personale specialistico ed esperti del settore forniranno tutti i consigli e le informazioni utili.

L'allattamento può portare con sé dei piccoli disturbi o fastidi che possono essere facilmente risolti adottando alcuni semplici accorgimenti. Ad esempio la posizione migliore da assumere cambia da donna a donna e da neonato a neonato, e spesso dipende dal momento. In conclusione: non c'è una posizione esatta e una errata in cui allattare, ma è sempre consigliato che sia la neomamma sia il bimbo si trovino in una posizione comoda che li faccia sentire rilassati. Varie posizioni possibili in cui allattare al seno saranno mostrate alle neomamme durante le lezioni del corso post parto di assistenza all'allattamento.

Le lezioni del corso si propongono anche di rispondere agli innumerevoli interrogativi che sorgono nelle neomamme, come ad esempio: qual è il numero di poppate giornaliere da fare? Avrò latte a sufficienza? Quale deve essere l'alimentazione più corretta da far seguire al neonato? Per le neomamme il confronto con uno specialista del settore, che risponderà a tutti i loro interrogativi, è un valido supporto per acquisire sicurezza e sentirsi rassicurate in questa nuova fase della loro vita.

Naturalmente le sedute del corso post parto di assistenza all'allattamento affronteranno anche altre tematiche al di fuori del periodo dell'allattamento al seno. Ad esempio sarà trattato l'argomento dello svezzamento; sarà spiegato come staccare progressivamente dal seno il bimbo e verrà anche affrontato l'argomento sul sonno del neonato. Le mamme riceveranno tutte le informazioni necessarie su ogni tipo di tema che interessa il neonato e i suoi primi mesi di vita. Il corso post parto di assistenza all'allattamento è un aiuto fondamentale per tutte le donne che hanno appena avuto un bambino. Frequentare questo tipo di corso è consigliato soprattutto alle donne che sono diventate mamme per la prima volta e quindi sono alla loro prima esperienza di allattamento, e per questo sono maggiormente coinvolte a formulare domande e ricevere suggerimenti su questi argomenti. 

Per avere maggiori informazioni su questi e molti altri temi legati alla gravidanza, visita Ok Corso Preparto su www.corso-preparto.it, il motore di ricerca numero 1 sui corsi preparto e postparto in Italia! 

A cura di: Ufficio Stampa Ok Corso Preparto

 
     
 

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Il caffè

La caffeina viene assorbita rapidamente da stomaco e intestino ed in pochi minuti raggiunge il flusso sanguigno, agendo sul sistema nervoso centrale. Essa stimola la secrezione di ormoni facendo aumentare la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca.

Più di 5 tazzine al giorno possono provocare cefalea, tremore, diarrea, nausea, ansia, agitazione, irrequietezza ed insonnia. Inoltre ha un effetto diuretico e provoca l’aumento dell’escrezione urinaria delle vitamine del gruppo B e della vitamina C.

Un uso smodato incrementa il rischio di cancro della vescica, del colon, della mammella e del pancreas.

La caffeina, peraltro, è presente anche ne , nel Cacao e nelle bevande a base di Cola.

La quantità di caffeina può variare a seconda delle diverse specie di caffè esistenti (circa 70 ). Quello preferito dagli Italiani è il tipo “ARABICA”, originario del Sud America e contiene metà caffeina rispetto alla varietà “ROBUSTA” coltivata in Africa e preferita da Inglesi ed Americani.

Si tenga anche in considerazione che più la macinatura è fine, più caffeina passa nella bevanda.

Studi recenti hanno dimostrato che l’assunzione continuativa di caffeina contribuisce al manifestarsi di ulcera peptica, ipertensione, aritmie cardiache ed infarto del miocardio.

E’ assolutamente sconsigliata l’assunzione di caffeina in GRAVIDANZA, poiché passa attraverso la placenta per accumularsi nel feto, in quanto il suo sistema enzimatico epatico non è ancora sviluppato sufficientemente per biotrasformare tale sostanza. Inoltre tra le donne gravide forti bevitrici di caffè ( più di 6 tazzine/die) vi è una elevata incidenza di aborti spontanei, nati morti o feti malformati.

E’ utile ricordare, inoltre, che la caffeina dà ASSUEFAZIONE, pertanto si tende ad aumentare le dosi nel tempo.

Va però detto che in dosi moderate (max 3 tazzine/die) la caffeina è invece ingrado di migliorare sensibilmente le prestazioni psicomotorie ed intellettuali.

In forti consumatori cronici ( più di 10 tazzine/die) la caffeina produce DIPENDENZA con correlata sindrome di astinenza.Il livello soglia è 600 mg/die equivalenti a 6/7 tazzine.

E’ utile anche sapere che in una lattina da 33 cl di Coca Cola sono presenti 20 mg di caffeina.

Dr. Angelo Carli

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