Newsletter

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per ricevere la newsletter di Farmalem

Login utente

CAPTCHA
Questa domanda serve a verificare che il form non venga inviato da procedure automatizzate
CAPTCHA con immagine
Inserire i caratteri mostrati nell'immagine.
Home

Generici

Test di screening prenatale: quali fare in gravidanza

     
  test  
 

Tutte le gestanti, durante la gravidanza, si prendono cura di se stesse per garantire al proprio bambino il benessere, seguendo un adeguato stile di vita e una giusta alimentazione. Tenere sotto controllo la salute del piccolo è essenziale, per questo le future mamme effettuano i test di diagnosi prenatale, come il test DNA fetale.

A seconda del periodo di gravidanza in cui si trova, la gestante può scegliere di effettuare uno degli esami di screening prenatale non invasivi, che permettono di determinare la probabilità che il feto sia affetto da anomalie cromosomiche.

Durante il primo trimestre le donne incinte possono effettuare il Bi Test e la translucenza nucale. Solitamente si eseguono insieme dalla 11° alla 14° settimana di gestazione.
Il Bi Test consiste in un prelievo del sangue che permette di analizzare il dosaggio di due proteine (Free Beta-HCG e PAPP-A), il cui valore alterato potrebbe rivelare la presenza di un’anomalia. La translucenza nucale è un esame ecografico in grado di eseguire una serie di misurazioni sul feto.
Se queste misurazioni risultano fuori dai parametri standard allora è il caso di fare alcuni accertamenti con degli esami di diagnosi prenatale invasivi.  L’affidabilità di questo esame arriva all’85%1 e fornisce una probabilità di rischio di presenza di anomalie, tra le quali la sindrome di Down. 

Dalla 10° settimana di gravidanza si ha la possibilità di effettuare un altro esame di screening prenatale non invasivo, il test del DNA fetale. L’esame si effettua tramite un prelievo di sangue della gestante, che viene analizzato con appositi macchinari di ultima generazione in grado di rilevare i frammenti di DNA fetale presenti al suo interno. Questa analisi permette di determinare se sono presenti anomalie cromosomiche o microdelezioni, ossia la perdita o la mancanza di piccole porzioni di cromosoma. Il test del DNA fetale ha un’alta sensibilità: è in grado di rilevare con un tasso di affidabilità del 99,9%2 le principali anomalie cromosomiche, come le Trisomie 21, 18 e 13.

L’esame di screening prenatale che può essere effettuato tra la 15° e la 18° settimana di gestazione è il Tri Test, che combina le analisi di un campione di sangue ad una ecografia.  Da questo prelievo si analizzano i valori di tre sostanze: l’alfafetoproteina (AFP), l’estriolo non coniugato e la gonadrotropina corionica. In abbinamento a queste analisi biochimiche viene effettuato un esame ecografico, che permette di avere una visione più completa sull’eventuale presenza di difetti come la Sindrome di Down e la spina bifida.  Una variante può essere il Quadri Test che aggiunge all’analisi delle sostanze rilevate dal Tri Test la misurazione dell’ormone inibina A. L’affidabilità di questi esami, che danno una probabilità e non una diagnosi, raggiunge il 70%.

Tutte le donne in dolce attesa possono effettuare i test di screening prenatale, ma questi esami vengono consigliati soprattutto a coloro che presentano fattori di rischio, come casi di anomalie genetiche in famiglia o un’età superiore ai 35 anni. Nel caso i risultati dei test di screening rivelassero la probabilità che il feto sia affetto da anomalie, è opportuno sottoporsi ad esami di diagnosi prenatale invasivi, per avere una conferma.

La prima cosa da fare, in ogni caso, è consultare il proprio ginecologo che, a seconda della situazione personale, potrà  consigliare quale test effettuare per avere informazioni sulla salute del bambino.

Per saperne di più sul test del DNA fetale Aurora: www.testprenataleaurora.it.

Fonti:
1. Medicina dell’età prenatale: Prevenzione, diagnosi e terapia dei difetti congeniti e delle principali patologie gravidiche – Di Antonio L. Borrelli, Domenico Arduini, Antonio Cardone, Valerio Ventrut.
2. Poster Illumina ISPD_2014 Rev A

A cura di: Sorgente Genetica e di: Aurora Test Prenatale


 

 
     
 

 torna alla sezione Diagnosi Prenatale

 

Fattori di rischio e screening per una diagnosi precoce del tumore al seno

     
  prevenzione  
 

Una donna su nove in Italia ogni anno sviluppa il tumore al seno: la patologia oncologica più diffusa tra le donne1. È la prima causa di morte per tumore se diagnosticato in fase avanzata, per questo è bene saper riconoscere i sintomi tumore al seno.

L’insorgere del cancro alla mammella è dovuto alla produzione incontrollata di alcune cellule da parte delle ghiandole mammarie. Tali cellule si trasformano in maligne e possono attecchire sui tessuti circostanti. Il tumore al seno si distingue in: invasivo e in situ. In quello invasivo, le cellule tumorali si diffondono nei tessuti limitrofi generando metastasi. In quello in situ, le cellule tumorali restano all’interno dei dotti e dei lobuli mammari.

Il cancro al seno più frequente riguarda le cellule legate alle ghiandole mammarie (cellule lobulari) o quelle dei dotti lattiferi (tipologia che riguarda ben il 70% dei casi di cancro2).

Lo sviluppo di questo cancro si può ricondurre a:

Anomalia genetica: una mutazione a carico del gene BRCA aumenta il rischio di sviluppo di vari tipi di tumore al seno e all’ovaio;

Età: con l’aumento dell’età crescono le probabilità di sviluppo del tumore al seno, anche se quasi il 60% dei casi coinvolge donne con meno di 55 anni;

Familiarità: l’incidenza del tumore al seno (o all’ovaio) aumenta se si hanno parenti che hanno sviluppato questa forma tumorale.

Fondamentale è la diagnosi precoce, poiché se il tumore si individua quando è allo stadio zero (in situ), la percentuale di sopravvivenza a 5 anni delle pazienti trattate è del 98%2.

Lo screening per il tumore al seno è fondamentale per riconoscere eventuali sintomi di tumore al seno. L’autopalpazione, innanzitutto, è utile per individuare noduli, secrezioni e altre irregolarità ma bisogna fare periodicamente controlli anche con un senologo.

Per indagare un’eventuale predisposizione genetica al cancro alla mammella o all’ovaio, è possibile sottoporsi al test genetico capace di individuare la mutazione del gene BRCA; dal campione ematico o di saliva prelevato si esamina il DNA e le anomalie dei geni BRCA1 e BRCA23.

Fra i vari test di screening c’è l’ecografia, con la quale i tessuti mammari sono scansionati alla ricerca di noduli o cisti contenenti liquido. L’esame mammografico è il più affidabile per la rilevazione della maggior parte dei tipi di tumore al seno nelle fasi iniziali (cioè quando con la palpazione non sono ancora individuabili).

Per maggiori informazioni: www.brcasorgente.it

1 I numeri del cancro 2014 – pubblicazione a cura di Aiom, Ccm e Artum

2 Nastro Rosa 2014 – LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori)

3 Campeau PM, Foulkes WD, Tischkowitz MD. Hereditary breast cancer: New genetic developments, new therapeutic avenues.Human Genetics 2008; 124(1):31–42

A cura di: Sorgente Genetica

 

 
     
 

 torna a Genetica e Salute

 

Una pratica legale e consentita: la conservazione privata e il rientro del campione in Italia

     
  staminali  
 
 Affidare il campione di cellule staminali ad una biobanca estera per la conservazione privata e poi occuparsi del suo rientro in Italia è una scelta che spesso preoccupa le famiglie che vorrebbero affrontare la conservazione cordone ombelicale.

Talvolta un’informazione non completa aumenta le preoccupazioni dei genitori sulla possibilità di reintrodurre il campione nel nostro Paese in caso di necessità di utilizzo a fini terapeutici.

Facciamo un po’ di chiarezza. All’interno dell’Unione Europea il prelievo, la conservazione e la circolazione di campioni di sangue del cordone ombelicale sono regolati da disposizioni di legge specifiche1: il prelievo del campione deve avvenire presso una struttura appositamente accreditata, da personale qualificato che rispetterà nei dettagli la procedura idonea. Subito dopo il prelievo, il campione viene trasferito in una biobanca, che si occuperà della sua corretta conservazione e della sua tracciabilità. Se nel futuro sarà necessario ricorrere alle cellule per uso terapeutico, lo stesso istituto di tessuti rilascerà il campione al centro di assistenza sanitaria che compie l’intervento.

Secondo la legge, la biobanca (l’istituto predisposto alla conservazione delle cellule staminali) deve essere accreditata dall’autorità competente, il cui compito è di verificarne il rispetto delle norme.

Passiamo poi alla normativa italiana2. Essa stabilisce la possibilità di esportare i campioni di sangue del cordone ombelicale presso biobanche estere, dopo aver richiesto l’autorizzazione all’esportazione alla Regione di appartenenza e aver pagato una tariffa per i costi di rilascio del documento.

A confermare che i dubbi circa le problematiche di rientro del campione non sono fondate è L’Istituto Superiore di Sanità, attraverso il Centro Nazionale Trapianti.

Un’altra conferma da parte del Centro Nazionale Trapianti è arrivata dopo un’interrogazione da parte dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato; in questa occasione è stato ribadito che, se necessario ai fini terapeutici, non può essere esclusa la possibilità di utilizzo di campioni conservati all’estero da parte di un Centro di Trapianto, se questi soddisfano i requisiti di legge.

Giuridicamente sarebbe difficile giustificare il divieto di reintrodurre in Italia campioni di sangue cordonale esportati dopo approvazione da parte della Regione, per il tramite delle Direzioni Sanitarie competenti e, nella maggior parte dei casi, dopo il pagamento di una tariffa.

Per informazioni sulla conservazione privata delle cellule staminali del cordone e sul rientro del campione visita  www.sorgente.com

1 Direttive 2004/23/CE e 2006/17/CE

2 Decreto legislativo 6 novembre 2007, n. 191 (“d.lgs. 191/2007”) e dal decreto legislativo 25 gennaio 2010, n. 16 in attuazione delle direttive 2004/23/CE e 2006/17/CE

A cura di: Ufficio Stampa Sorgente

 
     
 

Torna alla sezione Sorgente

 

Esami genetici e tumori ereditari: ecco i rischi delle mutazioni ai geni BRCA

     
  prevenzione  
 

Diverse sono le cause che portano all’insorgenza di tumori: età, cause ambientali, stile di vita, predisposizione genetica. Le patologie di tipo oncologico sono diverse, per tale motivo è essenziale fare dei test genetici e informarsi su tutto ciò che concerne la prevenzione tumore al seno e ad altri organi, per rilevare un’eventuale predisposizione.

Le anomalie nella produzione di cellule sono tra le cause dell’origine dei tumori. Se ci sono delle mutazioni di tipo genetico, la produzione di cellule (necessaria per sostituire cellule morte o per far crescere l’organismo) avviene in modo ripetuto ed esse non svolgono più le proprie funzioni. Con l’aumentare di queste cellule, aumenta la probabilità che diventino maligne e che aggrediscano i tessuti limitrofi.

Ciò che può essere indice di ereditarietà di un cancro è la trasmissione di un gene mutato che potrebbe accrescere la possibilità di essere predisposti all’insorgenza di quel tipo di tumore. L’insorgere di una patologia oncologica in famiglia, può aumenta le possibilità di sviluppo della stessa malattia nei parenti.

I tumori al seno e alle ovaie sono i più diffusi tra la popolazione femminile e lo screening per individuare anomalie genetiche è sempre più considerato. Circa il 5-10% dei tumori al seno e il 15% di quelli che colpiscono le ovaie sono associati alle mutazioni dei geni BRCA1,2.

L’eventualità che insorga un tumore al seno è dell’87% e alle ovaie è del 40%3 in quelle donne che presentano mutazioni nei geni BRCA1 e BRCA2. Il cancro della mammella è la causa principale di decesso per patologia di tipo oncologico tra le donne. Il cancro all’ovaio è conosciuto come “silente” poiché mostra chiaramente i suoi sintomi solo quando è in fase avanzata. Le mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2, legate alla predisposizione all’insorgenza di alcune forme di tumori al seno e all’ovaio, possono essere individuate con un test genetico fatto su un campione di saliva o di sangue. Si tratta di un percorso di prevenzione tumore al seno e all’ovaio importante per quelle donne che presentano maggiori fattori di rischio.

Se un test genetico rileva una mutazione nei geni, non significa che si svilupperà una forma tumorale. Il 10% dei soggetti cui è stato diagnosticato un tumore ha una predisposizione genetica all’aumento del processo di degenerazione delle cellule e quindi si tratta di una forma di cancro ereditaria.

Per mettere in atto misure di prevenzione tumore al seno e ovaio e intraprendere un percorso di screening mirato, è molto importante indagare la predisposizione genetica, e consultare specialisti in genetica e in oncologia.

 

A cura di: Sorgente Genetica 


1 Campeau PM, Foulkes WD, Tischkowitz MD. Hereditary breast cancer: New genetic developments, new therapeutic avenues. Human Genetics 2008; 124(1):31–42 2 Pal T, Permuth-Wey J, Betts JA, et al. BRCA1 and BRCA

2 mutations account for a large proportion of ovarian carcinoma cases. Cancer 2005; 104(12):2807–16

3 I numeri del cancro 2014 – pubblicazione a cura di Aiom, Ccm e Artum Rischio di cancro ereditario, a cura della Lega svizzera contro il cancro – 3° edizione

 

 
     
 

 torna a Genetica e Salute

 

Cellule staminali e falsi miti: cosa serve sapere

     
  staminali  
 

Uno dei quesiti che i genitori in attesa di un bambino si pongono, riguarda la possibilità o meno di conservare il cordone ombelicale. Si tratta di una scelta importante che può essere fatta in maniera consapevole a patto che si abbiano le giuste informazioni a riguardo. Spesso infatti circolano notizie sulla raccolta delle cellule staminali del cordone ombelicale che sono incomplete o non corrette.

Molto spesso chi parla di conservazione privata sostiene si tratti di conservazione autologa. Questa è una definizione errata in quanto confonde l’utilizzo che si fa delle staminali, ossia autologo o allogenico, con il tipo di conservazione (donazione pubblica o conservazione privata). Il campione di sangue cordonale conservato in forma privata può essere per un trapianto autologo, ossia viene infuso nel donatore che le ha generate. Oppure, come avviene nella maggior parte dei casi (Fonte EBMT)¹, il campione di sangue cordonale può essere trapiantato in un familiare di primo grado del donatore: è questo il caso del trapianto allogenico intra-familiare.

Sostenere che il trapianto autologo di staminali sia inutile perché si vanno a infondere cellule malate della medesima patologia che devono trattare, è altresì errato. Le staminali infatti non possono essere utilizzate solo nell’ambito emato-oncologico ma sono applicate anche nella medicina rigenerativa e nell’ambito immunologico². Tra l’altro, è lo stesso Ministero della Salute³ che sostiene la validità dell’infusione autologa delle staminali e favorisce la conservazione dedicata ad uso autologo per quelle famiglie che hanno più probabilità di avere figli affetti da malattie genetiche3.

Studi scientifici hanno dimostrato la vitalità delle staminali cordonali dopo 24 anni di crioconservazione, ma non solo. Ecco perché affermare che possono essere conservate solo per 10-15 anni è errato. Le staminali, infatti, riescono a mantenere inalterata la loro capacità di generare cellule appartenenti a diversi tessuti⁴′⁵ insieme alla capacità di autoreplicarsi, per oltre 20 anni.

Un’errata informazione su queste tematiche può precludere a molte famiglie la possibilità di prendere una decisione consapevole sulla conservazione privata o sulla donazione pubblica del sangue cordonale. Questo è infatti un prezioso patrimonio biologico che può essere utilizzato per il trattamento di numerose malattie, come riconosce lo stesso Ministero della Salute Italiano3. A oggi il 95% dei cordoni viene buttato via, vanificando la possibilità di mettere al sicuro un potente strumento terapeutico.

Per questi motivi è consigliabile essere ben informati per effettuare la scelta giusta in tutta serenità. Una biobanca privata ad esempio, è in grado di garantire la raccolta delle cellule staminali cordonali per un potenziale futuro utilizzo per il bambino o per un familiare⁶.

Per ulteriori approfondimenti: www.sorgente.com 

 

A cura di: Ufficio Stampa Sorgente


Fonti:

1. EBMT - European Group for Bone and Marrow Transplantation

2. Francese, R. and P. Fiorina, Immunological and regenerative properties of cord blood stem cells. Clin Immunol. 136(3): p. 309-22.

3. Decreto ministeriale 18 novembre 2009

4. Broxmeyer HE: Cord blood hematopoietic stem cell transplantation In StemBook Community TSCR, Ed., May 26, 2010

5. Broxmeyer, H. E., M. R. Lee, et al. "Hematopoietic stem/progenitor cells, generation of induced pluripotent stem cells, and isolation of endothelial progenitors from 21- to 23.5-year cryopreserved cord blood." Blood 117(18): 4773-7.

6. Compatibilità totale tra fratelli del 25% che decresce col diminuire del grado di parentela

 
     
 

Torna alla sezione Sorgente

 

Test di screening e diagnosi prenatale: le differenze

     
  Test prenatale  
 

Durante la gravidanza vi sono diversi esami da effettuare per tenere sotto controllo la salute della futura mamma e del suo bambino e si dividono in test prenatali non invasivi, come il Bi Test o il Tri Test, e test prenatali invasivi, come l’amniocentesi o la villocentesi. La domanda più frequente tra le gestanti è questa: quali sono le differenze tra i test di screening e i test di diagnosi prenatale?

I test di screening sono esami non invasivi la cui caratteristica è quella di combinare analisi biochimiche sul sangue materno ed esami ecografici, per scoprire se vi sono risultati anomali rispetto agli standard. Non essendo invasivi sono esami molto sicuri, che non compromettono in alcun modo la salute della mamma o del piccolo, e sono di tipo probabilistico in quanto calcolano la percentuale di probabilità che si possano riscontrare anomalie fetali, come le trisomie o difetti nel tubo neurale, combinando i risultati del test con i parametri standard.

Il Bi Test, il Tri Test e il Quadri Test analizzano i valori di alcune proteine presenti nel sangue materno e vengono solitamente combinati con la translucenza nucale, ovvero un esame ecografico che permette di effettuare delle misurazioni sul feto.  Questi esami hanno una percentuale di attendibilità dell’85%1.

Fanno parte dei test di screening prenatale anche gli esami non invasivi che analizzano il DNA fetale.  Vengono svolti su un campione di sangue materno, nel quale si individuano i frammenti di DNA del feto per permettere di effettuare analisi in grado di indicare l’eventuale presenza nel bambino di anomalie cromosomiche, come la trisomia 18 e 13 o la Sindrome di Down.  Il tasso di affidabilità di questo test è più alto e raggiunge il 99,9%2.

Gli esami diagnostici  sono, invece, di tipo invasivo, come l’amniocentesi, la villocentesi e la cordocentesi, e analizzano campioni di liquido o tessuto prelevati dal feto per fornire una diagnosi sulla salute del bambino, individuando con certezza la presenza di anomalie cromosomiche. L’amniocentesi consiste nel prelievo di un campione di liquido amniotico, la villocentesi nel prelievo di un campione di tessuto della placenta e la cordocentesi nel prelievo di sangue dal cordone ombelicale.

Tutti e tre i tipi di prelievo vengono effettuati tramite l’utilizzo di una siringa, inserendo l’ago direttamente nella pancia della gestante. Essendo esami invasivi, presentano una percentuale di rischio di aborto dell’1%.

Il ginecologo deciderà quali esami far effettuare alla gestante in base all’età materna e alla familiarità con anomalie genetiche.

Per conoscere un test prenatale non invasivo di analisi del DNA fetale visita il sito www.testprenataleaurora.it.

A cura di: Aurora Test Prenatale


Fonti:
1. Medicina dell’età prenatale: Prevenzione, diagnosi e terapia dei difetti congeniti e delle principali patologie gravidiche – Di Antonio L. Borrelli, Domenico Arduini, Antonio Cardone, Valerio Ventrut.
2. Poster Illumina ISPD_2014 Rev A

 
     
 

 torna alla sezione Diagnosi Prenatale

 

I molti gusti del cibo - Parte II

Cibo come comunicazione

In un unico atto coesistono funzione biologica e sociale, con tutte le sfumature psicologiche, simboliche e affettive. Essere nutriti è la prima attività sociale ricorrente che sperimentiamo quando veniamo al mondo. 

Nell’allattamento i turni di attività-pausa durante la suzione rappresentano la prima forma di dialogo tra il neonato e il caregiver (alcuni studi hanno evidenziato come le madri tendono ad interagire in sincronia con il ritmo attività/pausa del bambino, rimanendo più tranquille e inattive durante le poppate e parlando e accarezzando il bambino durante la pause). 

Il cibo è anche il primo campo d’azione dei conflitti emotivi, in quanto luogo di gratificazione, controllo e   potere.   Intorno al cibo iniziano a crearsi fin da subito azioni e reazioni complesse che da un lato richiamano aspetti legati al piacere, all’amore e alla gratificazione ma dall'altro richiamano la loro controparte di potere, odio e rabbia. Fin dai primi mesi di vita si intreccia uno scambio relazionale fra bambino e genitore fatto di gratificazione, frustrazione, reazioni distruttive e riparative che saranno alla base della capacità relazione del futuro individuo adulto. 

A loro volta i genitori reagiscono sulla base delle proprie esperienze evolutive, diventando particolarmente protettivi e ansiosi o incoraggiando l’autonomia del bambino.

Tornando a Freud e alla sua idea che l'amore nasca dal “bisogno soddisfatto di nutrimento” abbiamo capito che nutrire non è un atto meccanico proporzionale alla quantità e alla qualità del cibo. 

Questo l'ho toccato con mano durante la mia esperienza in contesti di emergenza quando un medico impegnato in un progetto di malnutrizione infantile mi spiegava che non tutti i bambini cui venivano somministrati le stesse dosi di potenti integratori alimentari recuperavano peso e salute. A proposito del mio ruolo di psicologa nel progetto mi disse che aveva capito che bisognava lavorare con i genitori e supportare la relazione genitore-bambino se si voleva ottenere il risultato sperato per il bambino malnutrito.

Forse non saremo in grado di ricordare – almeno coscientemente - le sensazioni che abbiamo provato da molto piccoli, però sappiamo quanto sia incredibilmente buono  un pasto anche semplice se consumato in condizioni molto gradevoli, così come diventi immangiabile un ottimo cibo, se consumato in stato di grande frustrazione.

Un altro importane elemento di cui tener conto è il rapporto tra attesa e gratificazione. Il bambino, come l'adulto, deve sentirsi almeno un po' affamato per poter godere del senso di sazietà e sviluppare riconoscimento verso chi lo nutre.

Qui ci è di grande aiuto Winnicot con il suo fondamentale concetto di madre sufficientemente buona. Un genitore sufficientemente buono deve insegnare gradualmente al proprio bambino che il mondo esterno non è al suo completo servizio ma che l’ambiente che lo circonda lo ama e si occupa di lui anche quando non risponde immediatamente alle sue richieste. In questo modo il bambino sviluppa la capacità di saper posticipare il soddisfacimento dei propri bisogni, saper attendere e saper anche accettare una frustrazione, competenza fondamentale nello sviluppo di un adulto equilibrato. 

Per poterlo fare il genitore deve anche lui imparare a fare i conti con gli attacchi rabbiosi e che seguono la frustrazione nel bambino e trovare l’equilibrio ottimale tra gratificazione immediata e posticipata dal momento che per il genitore è certamente un’esperienza dolorosa imporre un certo grado di dispiacere al proprio figlio.

In tutta questa dinamica i bambini, tutt'altro che passivi, si impongono fin da subito come agenti attivi gratificando o frustrando, a loro volta, chi desidera nutrirlo.

Ai due estremi possiamo identificare il bambino avido e il bambino rifiutante, questi due opposti rispecchiano due opposte modalità di difendersi da esperienze emozionali difficili: in un caso il bambino reagisce cercando di divorare tutto allo scopo difendersi, riempendosi, dall'ansia e dal vuoto che genera depressione, nell'altro estremo rivela un atteggiamento estremamente sospettoso nei confronti di ciò che dovrebbe nutrirlo, come se dubitasse dell'amore incondizionato di chi lo nutre   e/o della bontà di ciò che gli viene offerto (Winnicot). 

Entrambi questi stati sono collegati ad un senso di angoscia profonda, un disturbo emozionale che trova nel rapporto con il cibo il modo di esprimersi. Bisognerebbe quindi fare attenzione ad incoraggiare o giustificare troppo un bambino più vorace che goloso, così come a non interpretare come semplici capricci le reazioni di un bambino che si rifiuta categoricamente di mangiare.

Nello sguardo materno

Ed infine non si poteva concludere senza fare accenno ad un importantissimo elemento nutritivo: lo sguardo materno (o meglio dire genitoriale).

Durante il periodo dell’allattamento il bambino è chi lo nutre, vivono una relazione esclusiva. In questi primissimi mesi, lo sguardo riveste una funzione fondamentale, è nello sguardo della madre che il bambino si riconosce, proprio come se si guardasse in uno specchio (D.Winnicot), durante il pasto il bambino non si nutre solo del cibo ma anche dello sguardo di chi lo nutre. Questo sguardo è uno specchio molto speciale, in quando rimanda al bambino l'immagine che l'altro si fa di lui. Un’immagine fatta di emozioni, sensazioni e pensieri.

Attraverso lo sguardo e il contenimento fisico del genitore il bambino inizia a percepire e riconoscere i propri confini e quindi a sentire se stesso.

Tutte le azioni e le sensazioni che accompagnano l’assunzione di cibo servono al bambino a costruire la prima immagine di sé attraverso la persona che si prende cura di lui, allo stesso modo in cui i nutrienti del latte costruiscono tessuti, ossa e muscoli. 

  Dott.ssa Giorgia MicenePsicologa e Psicoterapeuta


Bibliografia 

P. Rozin,   in THE SELECTION OF Food BY RATS,HUMANSAND OTHERS ANIMALS,Universita`della Pennsylvania

S.Freud   Compendio di Psicoanalisi

M. Pollan “Il dilemma dell’onnivoro 

Winnicot Dalla pediatria alla psicoanalisi

torna a Benessere Psicologico


Farmaci e calore

Conservare i medicinali in modo corretto è molto importante per garantirne l’integrità e quindi l’efficacia e la sicurezza.

Durante la stagione estiva e comunque quando ci si trova in località e luoghi caldi occorre avere alcuni accorgimenti e precauzioni. Inoltre con il caldo anche gli effetti dei farmaci che assumiamo possono cambiare.

L'AIFA, Agenzia Italiana del Farmaco, ha realizzato due opuscoli che potete scaricare qui per avere informazioni su questi argomenti.

 Farmaci & estate

e per approfondimenti:

Dossier AIFA

 


torna all'indice

Test prenatale non invasivo: ecco come sceglierlo

     
  Test prenatale  
 

Durante la gravidanza le decisioni da prendere sono diverse, in particolare per quanto concerne il benessere di mamma e bimbo. Non solo occorre condurre uno stile di vita sano ed equilibrato e seguire una corretta alimentazione, ma bisogna anche sottoporsi a controlli medici regolari e fare un test del dna fetale.

Per controllare il proseguimento della gravidanza, i ginecologi consigliano una serie di visite standard. I test di screening prenatale sono molto importanti e danno una risposta sullo stato di salute del bimbo già nelle prime settimane della gravidanza. I futuri genitori spesso non sanno quale test di screening prenatale scegliere, poiché ve ne sono di vari tipi.

Un primo consiglio è ponderare con quanto anticipo si vuole conoscere lo stato di salute del nascituro. Il test che analizza il DNA fetale è uno dei più importanti test di screening cui ci si può sottoporre già dalla 10ª settimana di gestazione. Segue il Bi Test in combinazione con la translucenza nucale tra l'11ª e la 13ª settimana, e il Tri Test, tra la 15ª e la 17ª.

Si deve considerare anche il grado di affidabilità nella scelta del test di screening prenatale. Questo grado si misura sulla percentuale delle anomalie trovate (come la Trisomia 21) e la percentuale di falsi positivi (esiti dei test in base ai quali è stata trovata un'anomalia che però in realtà non c'è). Bi Test e translucenza nucale rilevano la Trisomia 21 con un'affidabilità che va dall'80% al 90% e danno fino al 5% di falsi positivi. Il Tri test ha un grado di affidabilità del 60% e di falsi positivi fino all'8%. Arriva invece al 99% il grado di affidabilità del test del DNA fetale nella rilevazione delle maggiori trisomie del feto, mentre la percentuale di restituzione falsi positivi è inferiore allo 0,3%.

I test descritti sono esami di screening e restituiscono il valore in percentuale delle possibilità che il nascituro possa presentare un'anomalia cromosomica. In caso di rilevazione di un'anomalia da parte di uno di questi test, o di un risultato ambiguo, occorre eseguire esami diagnostici invasivi per validare l'esito precedente. Questo è uno dei motivi per cui diventa essenziale valutare bene il test di screening da fare, in modo da scegliere quello con più alta percentuale di affidabilità, e ridurre di conseguenza l'eventualità di dover eseguire un test invasivo. Il ginecologo di fiducia saprà consigliare gli esami più adatti da fare.

Per maggiori informazioni: www.testprenataleaurora.it

 

A cura di: Aurora Test Prenatale

 
     
 

 torna alla sezione Diagnosi Prenatale

 

Cellule Staminali

Sorgente

Area Veterinaria

Cerca Libri

Star bene con la Musica

Seguici su...

Seguici su Facebook

Contatore accessi

Numero di accessi al sito:
9181208