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Come fare correttamente l’autopalpazione al seno

     
  Sintomi  
 

I percorsi di screening sono estremamente importanti, soprattutto per quanto riguarda la prevenzione di malattie oncologiche come il tumore al seno. Le donne possono iniziare effettuando l’autopalpazione, prima di eventuali controlli medici, così da confermare oppure no possibili sintomi tumore al seno.

Controlli regolari del proprio seno sono importanti per favorire la diagnosi precoce, aumentando notevolmente le possibilità di sopravvivenza. Come rivelano i dati raccolti, la sopravvivenza delle donne con tumore al seno a 5 anni dalla diagnosi e dai trattamenti è del 98%1. Per essere efficace l’autopalpazione deve essere effettuata nel modo corretto, per questo vediamo insieme quali sono i passaggi fondamentali.

Prima di iniziare l’autopalpazione bisogna osservare il seno per qualche minuto. Di fronte ad uno specchio, con le braccia lungo i fianchi, bisogna verificare se le mammelle presentano un profilo anomalo, sporgenze, affossamenti, alterazione di colore e forma dei capezzoli. Lo stesso tipo di osservazione va effettuata a braccia alzate.

Dopo l’osservazione si può passare all’autopalpazione. Si parte con un braccio sopra la testa e la mano libera di tastare la mammella a dita tese, per cercare l’eventuale presenza di irregolarità nel tessuto, come indurimenti o inspessimenti, o masse anomale. Lo stesso procedimento deve essere effettuato dalla parte opposta.

In seguito ci si sdraia sul letto, appoggiando la testa e le spalle sul cuscino. Si porta un braccio dietro la testa e, con mano e dita appiattite, si effettua di nuovo la palpazione della mammella con movimenti circolari  dall’esterno fino al capezzolo. Non bisogna dimenticarsi di effettuare la palpazione anche nell’incavo dell’ascella, dove possono presentarsi dei noduli.

Alla fine si deve stringere delicatamente il capezzolo tra l’indice e il pollice, per verificare la presenza di eventuali fuoriuscite di liquidi e, in tal caso, controllarne il colore.

Questo controllo deve diventare un appuntamento regolare da ripetere almeno una volta al mese. Per le donne che hanno ancora il ciclo mestruale è meglio effettuare questo controllo alla fine di questo periodo, quando il seno è più morbido e meno sensibile.

Nel caso in cui si dovessero rilevare delle anomalie come noduli, fuoriuscita di liquidi o infossamenti, bisogna subito rivolgersi al medico. Queste anomalie non vanno sottovalutate ma non bisogna nemmeno allarmarsi subito prima di effettuare tutti i controlli del caso. I medici sottolineano l’importanza  di screening mirati, in particolare per le donne che hanno familiarità con casi di tumore al seno e tumore alle ovaie. Oltre alla mammografia e all’ecografia si possono effettuare test genetici per le mutazioni dei geni BRCA, che sono associati all’insorgenza del 5-10% di casi di tumore al seno e del 15% di tumore alle ovaie2,3.

A cura di: Sorgente Genetica

Fonti
1. airc.it
2. Campeau PM, Foulkes WD, Tischkowitz MD. Hereditary breast cancer: New genetic developments, new therapeutic avenues. Human Genetics 2008; 124(1):31–42
3. Pal T, PermuthWey J, Betts JA, et al. BRCA1 and BRCA2 mutations account for a large proportion of ovarian carcinoma cases. Cancer 2005; 104(12):2807–16

 
     
 

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I consigli utili per affrontare serenamente la prima gravidanza

     
  Screening  
 

La prima gravidanza porta molte paure e molti dubbi in ogni donna. Esistono, però, diversi accorgimenti da adottare in questo periodo per salvaguardare la salute della mamma e del bambino, come seguire uno stile di vita sano ed effettuare i test di screening prenatale non invasivo o, se consigliato dal ginecologo, i test diagnostici invasivi.

Uno dei primi fattori a cui fare attenzione in gravidanza è l’alimentazione. Seguire una dieta sana ed equilibrata permette di assimilare i giusti nutrienti per la crescita del feto e fornire il giusto apporto di energia al fisico della mamma, che durante i nove mesi è sottoposto a molti cambiamenti. Non bisogna però eccedere con le quantità di cibo e di calorie in quanto un aumento eccessivo di peso può favorire l’insorgere di patologie, come il diabete, che possono mettere a rischio la salute della gestante e del feto.

In gravidanza e durante l’allattamento è importante bandire completamente il fumo e l’alcol. Tutto ciò che viene assimilato dall’organismo della mamma arriva al bambino e proprio per questo i ginecologi consigliano di smettere di fumare e di assumere bevande alcoliche, per evitare complicanze anche serie come malformazioni o problemi legati all’apparato respiratorio. Le bevande alcoliche, se assunte in eccesso, possono provocare la sindrome fetale alcolica, disturbo che può portare a seri problemi fisici e mentali. Il fumo porta ad una minore circolazione del sangue verso il feto e può causare un parto prematuro.

Quando si scopre di essere incinte è opportuno effettuare specifici esami del sangue per verificare l’eventuale presenza di infezioni o malattie virali, oltre a stabilire se la gestante è immune a rosolia e toxoplasmosi, malattie che possono diventare pericolose per il feto. Questi esami vengono svolti nell’ambito del percorso di screening prenatale consigliato dal ginecologo.

I farmaci in gravidanza si possono assumere, ma è severamente vietato il fai da te. Bisogna sempre consultare il proprio ginecologo per avere la certezza di quali siano i farmaci che possono contrastare alcuni disturbi senza portare ad effetti collaterali sulla salute del feto. Se la gestante soffre di patologie che la costringono ad assumere quotidianamente medicinali è importante consultare lo specialista per adeguare la terapia e tutelare sia la salute della mamma che quella del bambino.

La familiarità con alcune patologie o l’età della gestante possono influenzare la salute del bambino. Se la donna incinta ha più di 35 anni1 o familiarità con anomalie cromosomiche o genetiche ha più probabilità che il bambino sia affetto da difetti cromosomici. Consultare un ginecologo o uno specialista in genetica è importante per definire quali esami di screening prenatale effettuare per verificare la salute del piccolo.

Una tappa fondamentale della gravidanza è proprio quella degli esami di screening o di diagnosi prenatale. Con gli esami di diagnosi prenatale invasivi, come l’amniocentesi o la villocentesi, è possibile avere risultati diagnostici con un affidabilità del 100% sulla presenza di anomalie nel feto, ma si ha un rischio di aborto dell’1%1.

Tra gli esami di screening prenatale non invasivi, con nessun rischio di aborto e con un’elevata affidabilità nella rilevazione della Sindrome di Down troviamo il test del DNA fetale. Con l’analisi dei frammenti di DNA fetale presenti nel sangue materno si può scoprire l’eventuale presenza di anomalie cromosomiche diffuse, tra cui trisomia 21 e Sindrome di Edwards, rilevate con un’attendibilità del 99,9%2.

Per maggiori informazioni sul test del DNA fetale: www.testprenataleaurora.it

 

A cura di: Aurora Test Prenatale

Fonti:
1. Medicina dell'età prenatale: Prevenzione, diagnosi e terapia dei difetti congeniti e delle principali patologie gravidiche ­ Di Antonio L. Borrelli,Domenico Arduini,Antonio Cardone,Valerio Ventrut
2. Poster Illumina ISPD_2014 Rev A

 

 
     
 

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I principi dell'Omotossicologia

L'Omeopatia antiomotossica o Omotossicologia (etimologicamente: studio dei fattori tossici per l'uomo) identifica nelle "omotossine" la causa cui ricondurre eziologicamente tutte le malattie.

Qualunque organismo è continuamente attraversato da un'enorme quantità di tossine esogene (batteri, virus, tossine alimentari, fattori di inquinamento ambientale, cataboliti di farmaci di sintesi, stress emotivi, ecc.) ed endogene (prodotti intermedi dei diversi metabolismi, cataboliti finali, ecc.).

In accordo alla teoria di von Bertanlanffy, secondo cui l'organismo è un sistema di flusso in equilibrio dinamico, se l'omotossina non è particolarmente "virulenta" e se i sistemi emuntoriali sono efficienti, essa attraversa l'organismo-sistema di flusso senza determinare alcuna interferenza nella sua omeostasi, che resterà pertanto nella condizione di equilibrio, cioè di salute.

Se viceversa, o perchè la tossina è particolarmente "aggressiva" o perchè i sistemi di drenaggio emuntoriale non sono sufficienti, si determina un'alterazione dell'equilibrio, che l'organismo, nella sua naturale tendenza verso il mantenimento o il ripristino della sua "omeostasi ristretta" (Laborit), cercherà di compensare innescando meccanismi supplementari di tipo autodifensivo: le malattie.

Se per Hahnemann "la noxa è niente, il terreno è tutto", e negli anni successivi, da Pasteur in poi, ci si fossilizza invece in una guerra cieca e senza esclusione di colpi al "microbo", per Reckeweg la malattia è da interpretare come la risultante che scaturisce dall'interreazione tra noxa patogena, fattori ambientali e soprattutto reattività. Per citare il padre dell'Omotossicologia: "le malattie sono l'espressione della lotta dell'organismo contro le tossine, al fine di neutralizzarle ed espellerle; ovvero sono l'espressione della lotta che l'organismo compie naturalmente per compensare i danni provocati irreversibilmente dalle tossine.

Come è facile intuire si tratta di una visione biologica del processo di guarigione: con i farmaci omotossicologici si stimola la capacità di autoguarigione del paziente attraverso il ripristino delle sue capacità metaboliche, enzimatiche, immunologiche, emuntoriali, giungendo alla definitiva eliminazione del carico tossico responsabile del quadro morboso, cioè alla vera guarigione.

Ben altra direttrice seguono, viceversa, i farmaci di sintesi: la soppressione dei sintomi conducead un miglioramento apparente ma spesso in un secondo tempo ad un approfondimento della patologia nell'organismo, al blocco della sua capacità reattiva, o, spesso, alla cronicizzazione della malattia.

Partendo da queste considerazioni, il Dr. Reckeweg osservò e descrisse un fenomeno di grande interesse: la vicariazione, cioè lo spostamento della malattia da un tessuto all'altro, da un organo all'altro. La vicariazione può avere una prognosi positiva (in questo caso è detta "regressiva" e corrisponde al processo di guarigione naturale) o, viceversa, negativa (in questo caso è detta "progressiva" e coincide, per esempio, con il processo di cronicizzazione). Ebbene, con la terapia omotossicologica si noterà la cosiddetta vicariazione regressiva, cioè lo spostamento della malattia da organi più nobili e profondi verso organi o sistemi deputati all'escrezione delle tossine.

Tavola

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La grande capacità di sistematizzazione portò il Dr. Reckeweg a concepire un quadro sinottico, la Tavola delle Omotossicosi, coagulando in esso, insieme, il patrimonio diagnostico dell'Omeopatia, i fondamenti dell'Embriologia, le moderne acquisizioni di semeiotica medica e di fisiopatologia.

In base alla Tavola delle Omotossicosi, a seconda dell'entità dell'aggressione e dell'integrità del sistema difensivo autologo (che Reckeweg chiama Sistema della Grande Difesa), l'organismo manifesta quadri clinici differenti che si possono agevolmente classificare in 6 fasi.

Nella sua Tavola, Reckeweg rappresenta i vari gradi di reattività attraverso i quali l'organismo cerca di mantenere o ripristinare la propria omeostasi, il proprio equilibrio, il proprio stato di salute. Ogni fase rappresenta l'espressione delle diverse capacità reattive (infiammatorie) dell'organismo.

È proprio l'inquadramento della patologia nella Tavola delle Omotossicosi ad orientare la scelta della strategia terapeutica.

IL CONTRIBUTO DI RECKEWEG ALLO SVILUPPO DELL'OMEOPATIA

Numerosi e diversi sono i contributi portati dall'Omotossicologia all'evoluzione del pensiero omeopatico.

Si è già detto della visione prospettica che Reckeweg propose per una Medicina integrata che coagulasse in sé Omeopatia e Allopatia, ma forse, ancor più di questo, la preziosa eredità che egli ci ha lasciato è quella di aver fornito le basi speculative per un'interpretazione dei principi dell'Omeopatia non più basata solo sull'empirismo ma sulla scientificità.

Con Reckeweg, i principi di similitudine, delle dosi infinitesimali, dell'individualità, su cui poggia l'Omeopatia, trovano finalmente un suffragio di veridicità scientifica e sperimentale.

Fra i lavori di riferimento più interessanti in questo senso ci piace citare il Test del cortisone di Hauss e collaboratori (1968), chiaro esempio di come l'effetto di una sostanza omeofarmacologicamente attiva vari al variare della propria concentrazione (principio delle dosi infinitesimali). Scopo dell'esperimento è valutare, in vitro, l'attività della sostanza fondamentale della matrice extra-cellulare, ovvero la sua reattività (o, se si preferisce, la sua "capacità di infiammarsi").

A tal scopo, 0,2 g di pelle di topo vengono messi in incubazione con 5 ml di una soluzione contenente S35 (cioè un isotopo dello Zolfo facilmente rilevabile e misurabile all'interno delle cellule) e varie concentrazioni di cortisone (potente farmaco antinfiammatorio), a partire da 5 mg fino a 0,000005 mg.

Scopo dell' esperimento è osservare se si verificano variazioni di assorbimento del S35 (indice di attività connettivale) col variare della quantita' di cortisone.

Ad alte concentrazioni di cortisone (5 mg) si osserva un effetto inibitorio, cioè le cellule in incubazione non includono il S35: il cortisone svolge pienamente la sua azione antinfiammatoria

Diluizioni molto più elevate, fino a 0,0005 mg di cortisone, hanno ancora un effetto fortemente inibitorio.

Quando il grado di diluizione del cortisone è pari a 0,00005 mg si verifica un inversione dell'effetto, e l' assorbimento del S35 da parte delle cellule di pelle di topo aumenta sensibilmente, superando anche il valore di controllo. La concentrazione 0,00005 g di cortisone in 5 ml di soluzione corrisponde ad una diluizione omeopatica decimale D8.

Quando il grado di diluizione del cortisone diventa 0,000005 mg in 5 ml (pari alla diluizione omeopatica D9) l' attività di inclusione del S35 da parte delle cellule diventa ancora più eclatante, cioè il cortisone da antinfiammatorio diviene pro-infiammatorio.

LA FARMACOLOGIA OMOTOSSICOLOGICA

Il contributo di H. H. Reckeweg allo sviluppo dell'Omeopatia è andato ben oltre l'aver proposto le chiavi di lettura per l'interpretazione scientifica del meccanismo d'azione del rimedio omeopatico. Con la Casa HEEL GmbH, da lui fondata nel 1936, Reckeweg propone una Farmacologia originale ed innovativa: accanto ai rimedi omeopatici classici (derivazione vegetale, minerale, animale) egli introduce una serie di principi omeopatici "nuovi", che rappresentano l'attualizzazione omeopatica dell'Immunologia e della Biochimica: ecco comparire nuovi ceppi nosodici (veri e propri immunostimolanti), ecco i catalizzatori del Ciclo di Krebs ed i chinoni omeopatizzati (veri e propri stimolatori metabolici), gli organoterapici "Suis"(stimolatori della funzione e della struttura di tessuti ed organi), gli allopatici omeopatizzati (veri e propri antidoti ai danni jatrogeni causati dai farmaci di sintesi) e, soprattutto, la rivoluzionaria classe dei preparati composti, cioè delle composizioni ideali di rimedi, vere e proprie unità terapeutiche, ognuna specifica per ogni patologia.

CONCLUSIONI
Sono passati più di 200 anni dalla nascita dell'Omeopatia e i suoi principi e soprattutto i suoi rimedi non sono mai divenuti obsoleti.

È altrettanto vero che i progressi della Medicina e della Ricerca Medica, per parlare solamente degli ultimi 50 anni, sono stati straordinari e, soprattutto in campo diagnostico, impressionanti.

Si pensi alla Risonanza Magnetica Nucleare o all'Ecografia. Potremmo, oggi, farne a meno?

Siamo certi che se Hahnemann fosse nato, per esempio, nel 1921 anziché nel 1755, non avrebbe "inventato" il suo metodo diagnostico dell'interrogatorio omeopatico, certamente straordinario, innovativo per l'epoca, ma ai nostri occhi non scevro di limiti; è vero che i sintomi, indagati minuziosamente, sono le "parole" con cui si descrive la malattia, ma in pieno 2005 è giusto prescindere dall'esame obiettivo, dal fonendoscopio, dai dati di un emocromo o dai risultati di una TAC?

Anche Hahnemann oggi girerebbe per le corsie di un ospedale con lo stetoscopio al collo, e sicuramente nel suo studio, a fianco della Materia Medica e del Repertorio comparirebbero un diafanoscopio e un buon vademecum sull'interpretazione degli esami di laboratorio.

Anche Hahnemann, oggi, sarebbe un po' ... Reckeweg.

Eppoi, come possiamo non considerare che i principi della Farmacologia omotossicologica hanno modernizzato l'Omeopatia.

Oggi abbiamo a disposizione, grazie all'Omotossicologia, un metodo di cura biologico che fa ricorso ad una farmacologia omeopatica moderna, con un ampio ventaglio farmacologico e con delle solide basi di sperimentazione clinica; disponiamo di farmaci di alta qualità e in tutte le diverse forme farmaceutiche e soprattutto disponiamo di farmaci che rappresentano la sintesi perfetta fra antico e moderno, fra tradizione e avanguardia.

È partendo da queste considerazioni che ci sentiamo di dire che l'Omotossicologia, figlia illustre dell'Omeopatia hahnemanniana, ma storicamente aperta ai progressi della Scienza medica, sarà la medicina del III millennio, una Medicina che nasce dalla tradizione e appartiene al futuro.

Dott. Carlo Giulianelli

Medico Veterinario 

Torino

(Articolo tratto dal sito Guna)

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La strada per la prevenzione dei tumori comprende alimentazione e sport

     
  Predisposizione  
 

Mantenere uno stile di vita sano è molto importante per la salute di ogni persona. L’attività fisica e la corretta alimentazione possono avere grandi benefici nella prevenzione di alcune forme tumorali, tra cui tumore al seno, all’esofago, al fegato e al colon-retto1, anche per chi ha una predisposizione tumore.

Sono sempre di più gli studi sull’incidenza dell’alimentazione nel mantenimento di un buono stato di salute e nella prevenzione di diverse patologie e malattie oncologiche. Nei paesi occidentali il 30% dei casi di tumore è legato all’alimentazione, per questo il controllo della dieta è il secondo fattore  di prevenzione dopo lo smettere di fumare1.

Alcune sostanze presenti nei cibi sono considerate pericolose per l’insorgere di neoplasie, come i nitrati e i nitriti, utilizzati per conservare i salumi, alfatossine, generate dalle muffe nei cibi, grassi e proteine di animali se assunti in eccesso2. Gli alleati della salute, invece, sono verdura, frutta, pasta, pane, legumi e cereali. Anche alimenti tipici della cucina internazionale possono portare benefici, come la soia, il curry, lo zenzero e le alghe. Le fibre sono molto utili per la prevenzione dei tumori, come quello al seno e quello allo stomaco, e l’incidenza è inferiore in chi segue un regime alimentare ricco di fibre2,3. Esse sono in grado di regolare la produzione di estrogeni che, ad alti livelli, sono associati ad un rischio aumentato di tumore al seno.

Una sana alimentazione è molto importante anche per il mantenimento del giusto peso corporeo, che influisce particolarmente sull’insorgenza dei tumori. L’indice di massa corporea ideale dovrebbe essere compreso tra 18,5 e 251, valore calcolato dividendo il peso in chili per il quadrato dell’altezza in metri.

Anche l’attività fisica è un’ottima abitudine per la salute.  Secondo alcuni studi le donne che praticano sport regolarmente e mantengono un peso nella norma hanno il 12% di rischio in meno di ammalarsi di tumore al seno4. Per limitare la sedentarietà si può iniziare con 30 minuti di camminata al giorno, per poi passare ad attività più regolari e durature5.

Oltre a seguire queste abitudini sane è importante ricordarsi di sottoporsi ad esami di screening regolari, controlli con specialisti e test genetici per la rilevazione di mutazioni genetiche associate ad alcune tipologie di tumori, come ad esempio il test BRCA per la prevenzione del tumore al seno. Consultare il proprio medico è importante per stabilire un percorso di screening adatto alla propria salute e alla familiarità con alcune forme tumorali.

Per maggiori informazioni sui test genetici BRCA per il tumore al seno e il tumore all’ovaio: www.brcasorgente.it

A cura di: Sorgente Genetica

Fonti:

1. Diet, nutrition and the prevention of cancer ­ Timothy J. Key, Arthur Schatzkin, Walter C.Willett, Naomi E. Allen, Elizabeth A. Spencer and Ruth C. Travis
2. Risch HA, Jain M, Choi NW, et al. Dietary factors and the incidence of cancer of the stomach. Am J Epidemiol. 1985;122:947­959.
3. Lubin F, Wax Y, Modan B, et al. Role of fat, animal protein and dietary fiber in breast cancer etiology: a case control study. J Natl Cancer Inst. 1986;77:605­612.
4. The European CanCer Organisation (ECCO)
5. Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro ­ airc.it

 
     
 

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Nuova scoperta: individuate cellule tumorali grazie alle staminali

     
  Nuova scoperta  
 

Le cellule staminali stanno acquistando sempre più importanza in campo medico per il loro utilizzo nel trattamento di diverse patologie. Numerosi studi scientifici in tutto il mondo stanno sperimentando il trapianto di cellule staminali del cordone ombelicale e di staminali adulte per contrastare alcune malattie per cui ancora oggi non esiste una cura, ottenendo importanti progressi nel miglioramento delle condizioni di salute dei pazienti. 

In una nuova e promettente ricerca in ambito staminali, un team di ricercatori dell'Università del Nord Carolina negli Stati Uniti è stato in grado di riprogrammare cellule della pelle in cellule staminali, le quali si sono dimostrate capaci di individuare e distruggere cellule tumorali. 

Questa scoperta potrebbe aiutare nella messa a punto di trattamenti antitumorali più efficaci ed efficienti delle terapie convenzionali. 

Queste “cellule cacciatrici” sono state programmate in particolare per cellule di glioblastoma, tumore maligno del sistema nervoso centrale tra i più aggressivi. L’incidenza del glioblastoma è di circa 14.000 pazienti all’anno e l’aspettativa di vita al momento della diagnosi è di soli 15-17 mesi; solo il 10% dei pazienti sopravvive oltre 5 anni dalla diagnosi1 poiché, anche se gran parte del tumore viene rimosso chirurgicamente, è molto difficile rimuovere tutte le diramazioni del carcinoma che penetrano nel tessuto cerebrale. Come conseguenza, il tumore tende a riformarsi poco dopo la chirurgia. 

I risultati dello studio dell'Università del Nord Carolina potrebbero permettere una svolta nella lotta contro questo tumore. La tecnica che i ricercatori hanno usato per la creazione di queste cellule si basa sul metodo che ha portato al premio Nobel nel 2007, che permette di riprogrammare i fibroblasti, cellule del tessuto connettivo, a cellule staminali. Gli scienziati hanno inoltre dimostrato che queste cellule staminali possono essere programmate per produrre una proteina in grado di “uccidere” selettivamente le cellule tumorali. Infine hanno mostrato che queste cellule sono in grado di entrare e spostarsi nel cervello, individuando le cellule tumorali ed eliminandole. 

I ricercatori sono stati in grado di allungare la sopravvivenza dei modelli murini analizzati dal 160% al 220%, a seconda dello stadio e dell’aggressività del tumore.

La fase successiva di questo studio prevede l’utilizzo di cellule staminali umane in combinazione con un nuovo farmaco anti-tumorale. I ricercatori dovranno anche fornire alle cellule una matrice 3D, necessaria affinché le cellule sopravvivano abbastanza a lungo da distruggere tutte le cellule di glioblastoma. 

Dunque, grazie agli avanzamenti della scienza e della ricerca, le cellule staminali stanno diventando un importante patrimonio da mettere al sicuro per permettere la messa a punto di nuove terapie.

Le cellule staminali contenute nel sangue cordone ombelicale possono essere conservate dalle famiglie presso biobanche private o donate a strutture pubbliche, per essere usate come strumento terapeutico per alcune patologie. Le cellule staminali cordonali sono crio-conservate in apposite biobanche e sono utilizzate, ad oggi, nel trattamento numerose malattie. 

Per scoprire di più sulle cellule staminali del cordone ombelicale: www.sorgente.com

A cura di: Ufficio Stampa Sorgente

Fonti

1. Therapeutically engineered induced neural stem cells are tumour-homing and inhibit progression of glioblastoma - Juli R. Bagó, Adolfo Alfonso-Pecchio, Onyi Okolie, Raluca Dumitru, Amanda Rinkenbaugh, Albert S. Baldwin, C. Ryan Miller, Scott T. Magness & Shawn D. Hingtgen

 
     
 

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Active aging, vivere bene ad ogni età si può, anzi, si deve!*

Active Aging – letteralmente invecchiamento attivo - significa vivere al meglio delle proprie capacità fisiche, mentali e sociali sempre, a qualunque età.

Essere attivi – sottolinea l’OMS – “si riferisce alla partecipazione sociale, economica, culturale, spirituale e civile, non solo l’abilità di essere fisicamente attivi o di partecipare alla forza lavoro”

L'accostamento tra attività e invecchiamento è un concetto molto recente. Chi di noi non ricorda la propria nonna o bisnonna seduta sulla poltrona, a rammendare calzini o sonnecchiare, ne avesse avuto voglia o meno. Erano solitamente i figli, non le nonne, a decidere che, dopo una vita di tanto lavoro e fatica, fosse arrivato il tempo di godersi il meritato riposo: “stai seduta e non stancarti, ci penso io”.

Ma essere passivi e riposarsi non è la stessa cosa, lo abbiamo sperimentato tutti. Sentirsi bene, essere “in forma”, dipende solo in parte dal riposo, ovviamente essenziale, ma è il senso di appagamento a dare i migliori risultati, questo vale per tutte le età.

La gratificazione è un meccanismo complesso che dipende dalla combinazione di più fattori ed è tanto più profonda ed efficace quanto più la dimensione mentale, fisica, emotiva e sociale si incontrano.

Perché si crei questa benefica alchimia è necessario conoscere e rispettare i propri  gusti  e i propri limiti ma altrettanto fondamentale è non smettere di sperimentare, curiosare, conoscere nuove cose.  Non bisogna mettersi in panchina ancora prima che siano gli altri ad escluderci dal gioco.

La vitalità non è proporzionale agli anni, così come l’amore per l'avventura e la novità non si misurano nelle grandi imprese: andare ad esplorare un nuovo quartiere, iniziare quel corso di pittura, di ballo o di computer procrastinato per una vita (prima i figli e adesso i nipoti!!), ha l’impatto benefico di rivitalizzarci e quindi di rallentare un processo di chiusura in noi stessi che giustifichiamo con l’invecchiamento ma che sempre più anziani attivi e vitali ci dimostrano che non è affatto la regola.

Sapere che regalarsi un ciclo di incontri nei musei, un pomeriggio a teatro o una camminata nel parco - meglio ancora se in compagnia - ha un effettivo impatto sulla nostra salute e benessere, è una ragione più che sufficiente per provare a spezzare quel circolo vizioso che si innesta su stanchezza, disagio e malessere che ci allontanano inesorabilmente da esperienze gratificanti .

Essere impegnati “da” qualcosa deciso dagli altri (diventare i factotum della famiglia per intenderci, al servizio di figli,nipoti e coniugi) è utilissimo a rimanere attivi ma non è lo stesso che essere impegnati “in” qualcosa che si è scelto e che, oltre che attivi, ci fa sentire anche vitali.

Ma chi ci dice che sia così importante fare una vita attiva e gratificante? Sono in molti a dirlo e i pareri sono tutti autorevoli:

 

  • lo dice l'OMS - Organizzazione Mondiale della Sanità - che dalla fine degli anni ’90 sostiene che rimanere fisicamente, mentalmente, socialmente attivi ad ogni età aumenta la qualità della vita, riduce i rischi legati all'invecchiamento e gli effetti negativi delle patologie croniche ad esso associate.
  • Lo dicono gli esperti, i medici, gli psicologi, gli scienziati, i ricercatori. È stato proprio un epidemiologo - Ralph Paffenberg, professore alla Harward School of Pubblic Health tra gli anni ’60 e ‘90 - ad aver fornito le prime  evidenze scientifiche che l’attività fisica giova all’invecchiamento. Paffenberg sosteneva che ogni ora di attività fisica avrebbe allungato  di un giorno la sua vita e agli scettici rispondeva che non solo “l’esercizio fisico aggiunge anni alla vita ma vita agli anni” (fino ad allora l’invecchiamento era abbinato all’idea di riposo e tranquillità).
  • Lo dimostrano i massimi incontestabili e inequivocabili esperti su questo tema, ovvero le persone che ai 100 anni si avvicinano davvero – e che in Italia sono in continuo aumento -  che spesso ci colpiscono non solo per l'età anagrafica ma per la vitalità che emana il loro sguardo mentre offrono la loro testimonianza.

 

In relazione alla propria età, è spesso il pregiudizio - legato a come ci si debba comportare, vestire e relazionarsi - a definire le regole del gioco, rinforzato da periodi di stanchezza in cui ci sembra di toccare con mano il proprio declino.

Basta guardare le foto in bianco e nero di quando i nostri nonni non avevano ancora sfiorato i 50 anni per rendersi conto che l’età cronologica e quella fisiologica non coincidono e che la qualità e lo stile di vita hanno un effetto concreto e visibile sulla persona.

Essere attivi  non può esserci imposto dagli altri, esattamente come non può essere imposto l'invito a rilassarsi o ad addormentarsi, ma liberarsi dai pregiudizi e vivere pienamente aiuta ad affrontare meglio anche i periodi più faticosi e a non farli diventare la norma.

Rispettare i propri limiti ma sfidarli un poco ogni giorno è una ricetta semplice che può dare risultati sorprendenti. 

Non esiste un’età in cui si perde la capacità di sognare, divertirsi, creare, provare piacere, non c’è quindi nessuna ragione per rinunciarvi, al contrario,  continuare a coltivarli è un diritto di tutti.

Dott.ssa Giorgia MicenePsicologa e Psicoterapeuta

 

*Se hai più di 60 anni a vuoi aderire alle attività: www.argentoattivo.it

Il progetto “Argento Attivo: vivere bene oltre i Sessanta” è attivo in Piemonte (Torino, Alba, Bra, Alessandria), Veneto (Rovigo), Marche (Ancona), Sicilia (Palermo).

Sitografia:

http://apps.who.int/iris/bitstream/10665/67215/1/WHO_NMH_NPH_02.8.pdf

https://www.hsph.harvard.edu/news/magazine/centennial-years-to-life/

 

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Gravidanza e fattore Rh negativo: rischi e conseguenze

     
  Fattore RH Negativo  
 

In gravidanza, la salute di mamma e bebè deve essere tutelata, e un percorso di test di screening e di diagnosi prenatale, cui è possibile sottoporsi in diversi periodi della gravidanza, è utile per rilevare eventuali anomalie pericolose per il feto. Il fattore Rh negativo è dato dall'incompatibilità fra sangue di mamma e bimbo. Il fattore Rh può essere negativo o positivo in base alla presenza o meno dell'antigene D: ciò determina rischi quando il feto ha Rh positivo e la gestante Rh negativo.

Quando il sangue materno incontra quello del feto, il suo sistema immunitario inizia a produrre anticorpi poiché rileva l’antigene D. Questa reazione contro i globuli rossi del feto dipende dalla risposta immunologica materna, e può provocare la morte del feto o del neonato1,2 per patologia emolitico-fetale. I test di diagnosi prenatale invasivi (villocentesi, amniocentesi), aborto, emorragia, traumi all’addome, gravidanza ectopica, sono fattori che possono causare il contatto tra sangue di gestante e nascituro.

Per ridurre i rischi d'incompatibilità Rh fra sangue del feto e della mamma è stato organizzato un metodo d'immunoprofilassi, chiamato immunoprofilassi anti-D, che consiste nella somministrazione di immunoglobuline umane anti-D . Queste consentono la prevenzione della produzione di anticorpi, da parte della gestante, che aggrediscono i globuli rossi del bimbo. Secondo i casi, il trattamento può essere fatto alle gestanti sia prima sia dopo il parto.

Circa il 10% delle gravidanze presenta un’incompatibilità Rh fra gestante e nascituro, perciò è importante ai fini dell’immunoprofilassi, controllare i gruppi sanguigni e fare test di diagnosi prenatale. Il test di Coombs indiretto si effettua entro la 16a settimana di gestazione e rileva la presenza nella gestante di anticorpi che attaccano l’Rh positivo. Il test dovrebbe essere fatto ogni mese dalle future mamme con Rh negativo e partner con Rh positivo. Il medico potrebbe consigliare l’immunoprofilassi anti-D dalla 28a settimana a queste gestanti se si dovessero eseguire esami di diagnosi prenatale invasivi o se alla nascita del bimbo quest’ultimo risulti Rh positivo.

Il ginecologo di fiducia può stabilire un percorso di screening prenatale personalizzato per la gestante.

Per maggiori informazioni: www.testprenataleaurora.it

 

A cura di: Ufficio Stampa Ok Corso Preparto

 

Fonti:

1. Medicina dell'età prenatale: Prevenzione, diagnosi e terapia dei difetti congeniti e delle principali patologie gravidiche - Di Antonio L. Borrelli, Domenico Arduini, Antonio Cardone, Valerio Ventrut

2. La compatibilità di gruppo materno-fetale – di L. Brondelli, G. Simonazzi, N. Rizzo 

3. Gravidanza fisiologica, linea guida 20 – a cura del Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità, CeVEAS


 
     
 

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Test di screening prenatale: quali fare in gravidanza

     
  test  
 

Tutte le gestanti, durante la gravidanza, si prendono cura di se stesse per garantire al proprio bambino il benessere, seguendo un adeguato stile di vita e una giusta alimentazione. Tenere sotto controllo la salute del piccolo è essenziale, per questo le future mamme effettuano i test di diagnosi prenatale, come il test DNA fetale.

A seconda del periodo di gravidanza in cui si trova, la gestante può scegliere di effettuare uno degli esami di screening prenatale non invasivi, che permettono di determinare la probabilità che il feto sia affetto da anomalie cromosomiche.

Durante il primo trimestre le donne incinte possono effettuare il Bi Test e la translucenza nucale. Solitamente si eseguono insieme dalla 11° alla 14° settimana di gestazione.
Il Bi Test consiste in un prelievo del sangue che permette di analizzare il dosaggio di due proteine (Free Beta-HCG e PAPP-A), il cui valore alterato potrebbe rivelare la presenza di un’anomalia. La translucenza nucale è un esame ecografico in grado di eseguire una serie di misurazioni sul feto.
Se queste misurazioni risultano fuori dai parametri standard allora è il caso di fare alcuni accertamenti con degli esami di diagnosi prenatale invasivi.  L’affidabilità di questo esame arriva all’85%1 e fornisce una probabilità di rischio di presenza di anomalie, tra le quali la sindrome di Down. 

Dalla 10° settimana di gravidanza si ha la possibilità di effettuare un altro esame di screening prenatale non invasivo, il test del DNA fetale. L’esame si effettua tramite un prelievo di sangue della gestante, che viene analizzato con appositi macchinari di ultima generazione in grado di rilevare i frammenti di DNA fetale presenti al suo interno. Questa analisi permette di determinare se sono presenti anomalie cromosomiche o microdelezioni, ossia la perdita o la mancanza di piccole porzioni di cromosoma. Il test del DNA fetale ha un’alta sensibilità: è in grado di rilevare con un tasso di affidabilità del 99,9%2 le principali anomalie cromosomiche, come le Trisomie 21, 18 e 13.

L’esame di screening prenatale che può essere effettuato tra la 15° e la 18° settimana di gestazione è il Tri Test, che combina le analisi di un campione di sangue ad una ecografia.  Da questo prelievo si analizzano i valori di tre sostanze: l’alfafetoproteina (AFP), l’estriolo non coniugato e la gonadrotropina corionica. In abbinamento a queste analisi biochimiche viene effettuato un esame ecografico, che permette di avere una visione più completa sull’eventuale presenza di difetti come la Sindrome di Down e la spina bifida.  Una variante può essere il Quadri Test che aggiunge all’analisi delle sostanze rilevate dal Tri Test la misurazione dell’ormone inibina A. L’affidabilità di questi esami, che danno una probabilità e non una diagnosi, raggiunge il 70%.

Tutte le donne in dolce attesa possono effettuare i test di screening prenatale, ma questi esami vengono consigliati soprattutto a coloro che presentano fattori di rischio, come casi di anomalie genetiche in famiglia o un’età superiore ai 35 anni. Nel caso i risultati dei test di screening rivelassero la probabilità che il feto sia affetto da anomalie, è opportuno sottoporsi ad esami di diagnosi prenatale invasivi, per avere una conferma.

La prima cosa da fare, in ogni caso, è consultare il proprio ginecologo che, a seconda della situazione personale, potrà  consigliare quale test effettuare per avere informazioni sulla salute del bambino.

Per saperne di più sul test del DNA fetale Aurora: www.testprenataleaurora.it.

Fonti:
1. Medicina dell’età prenatale: Prevenzione, diagnosi e terapia dei difetti congeniti e delle principali patologie gravidiche – Di Antonio L. Borrelli, Domenico Arduini, Antonio Cardone, Valerio Ventrut.
2. Poster Illumina ISPD_2014 Rev A

A cura di: Sorgente Genetica e di: Aurora Test Prenatale


 

 
     
 

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Fattori di rischio e screening per una diagnosi precoce del tumore al seno

     
  prevenzione  
 

Una donna su nove in Italia ogni anno sviluppa il tumore al seno: la patologia oncologica più diffusa tra le donne1. È la prima causa di morte per tumore se diagnosticato in fase avanzata, per questo è bene saper riconoscere i sintomi tumore al seno.

L’insorgere del cancro alla mammella è dovuto alla produzione incontrollata di alcune cellule da parte delle ghiandole mammarie. Tali cellule si trasformano in maligne e possono attecchire sui tessuti circostanti. Il tumore al seno si distingue in: invasivo e in situ. In quello invasivo, le cellule tumorali si diffondono nei tessuti limitrofi generando metastasi. In quello in situ, le cellule tumorali restano all’interno dei dotti e dei lobuli mammari.

Il cancro al seno più frequente riguarda le cellule legate alle ghiandole mammarie (cellule lobulari) o quelle dei dotti lattiferi (tipologia che riguarda ben il 70% dei casi di cancro2).

Lo sviluppo di questo cancro si può ricondurre a:

Anomalia genetica: una mutazione a carico del gene BRCA aumenta il rischio di sviluppo di vari tipi di tumore al seno e all’ovaio;

Età: con l’aumento dell’età crescono le probabilità di sviluppo del tumore al seno, anche se quasi il 60% dei casi coinvolge donne con meno di 55 anni;

Familiarità: l’incidenza del tumore al seno (o all’ovaio) aumenta se si hanno parenti che hanno sviluppato questa forma tumorale.

Fondamentale è la diagnosi precoce, poiché se il tumore si individua quando è allo stadio zero (in situ), la percentuale di sopravvivenza a 5 anni delle pazienti trattate è del 98%2.

Lo screening per il tumore al seno è fondamentale per riconoscere eventuali sintomi di tumore al seno. L’autopalpazione, innanzitutto, è utile per individuare noduli, secrezioni e altre irregolarità ma bisogna fare periodicamente controlli anche con un senologo.

Per indagare un’eventuale predisposizione genetica al cancro alla mammella o all’ovaio, è possibile sottoporsi al test genetico capace di individuare la mutazione del gene BRCA; dal campione ematico o di saliva prelevato si esamina il DNA e le anomalie dei geni BRCA1 e BRCA23.

Fra i vari test di screening c’è l’ecografia, con la quale i tessuti mammari sono scansionati alla ricerca di noduli o cisti contenenti liquido. L’esame mammografico è il più affidabile per la rilevazione della maggior parte dei tipi di tumore al seno nelle fasi iniziali (cioè quando con la palpazione non sono ancora individuabili).

Per maggiori informazioni: www.brcasorgente.it

1 I numeri del cancro 2014 – pubblicazione a cura di Aiom, Ccm e Artum

2 Nastro Rosa 2014 – LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori)

3 Campeau PM, Foulkes WD, Tischkowitz MD. Hereditary breast cancer: New genetic developments, new therapeutic avenues.Human Genetics 2008; 124(1):31–42

A cura di: Sorgente Genetica

 

 
     
 

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Una pratica legale e consentita: la conservazione privata e il rientro del campione in Italia

     
  staminali  
 
 Affidare il campione di cellule staminali ad una biobanca estera per la conservazione privata e poi occuparsi del suo rientro in Italia è una scelta che spesso preoccupa le famiglie che vorrebbero affrontare la conservazione cordone ombelicale.

Talvolta un’informazione non completa aumenta le preoccupazioni dei genitori sulla possibilità di reintrodurre il campione nel nostro Paese in caso di necessità di utilizzo a fini terapeutici.

Facciamo un po’ di chiarezza. All’interno dell’Unione Europea il prelievo, la conservazione e la circolazione di campioni di sangue del cordone ombelicale sono regolati da disposizioni di legge specifiche1: il prelievo del campione deve avvenire presso una struttura appositamente accreditata, da personale qualificato che rispetterà nei dettagli la procedura idonea. Subito dopo il prelievo, il campione viene trasferito in una biobanca, che si occuperà della sua corretta conservazione e della sua tracciabilità. Se nel futuro sarà necessario ricorrere alle cellule per uso terapeutico, lo stesso istituto di tessuti rilascerà il campione al centro di assistenza sanitaria che compie l’intervento.

Secondo la legge, la biobanca (l’istituto predisposto alla conservazione delle cellule staminali) deve essere accreditata dall’autorità competente, il cui compito è di verificarne il rispetto delle norme.

Passiamo poi alla normativa italiana2. Essa stabilisce la possibilità di esportare i campioni di sangue del cordone ombelicale presso biobanche estere, dopo aver richiesto l’autorizzazione all’esportazione alla Regione di appartenenza e aver pagato una tariffa per i costi di rilascio del documento.

A confermare che i dubbi circa le problematiche di rientro del campione non sono fondate è L’Istituto Superiore di Sanità, attraverso il Centro Nazionale Trapianti.

Un’altra conferma da parte del Centro Nazionale Trapianti è arrivata dopo un’interrogazione da parte dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato; in questa occasione è stato ribadito che, se necessario ai fini terapeutici, non può essere esclusa la possibilità di utilizzo di campioni conservati all’estero da parte di un Centro di Trapianto, se questi soddisfano i requisiti di legge.

Giuridicamente sarebbe difficile giustificare il divieto di reintrodurre in Italia campioni di sangue cordonale esportati dopo approvazione da parte della Regione, per il tramite delle Direzioni Sanitarie competenti e, nella maggior parte dei casi, dopo il pagamento di una tariffa.

Per informazioni sulla conservazione privata delle cellule staminali del cordone e sul rientro del campione visita  www.sorgente.com

1 Direttive 2004/23/CE e 2006/17/CE

2 Decreto legislativo 6 novembre 2007, n. 191 (“d.lgs. 191/2007”) e dal decreto legislativo 25 gennaio 2010, n. 16 in attuazione delle direttive 2004/23/CE e 2006/17/CE

A cura di: Ufficio Stampa Sorgente

 
     
 

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