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Alcolismo e fitoterapia

Da sempre l’uomo ha ricercato sostanze che gli procurassero o prolungassero il piacere. Ha sempre tentato di scoprire piante che stimolassero il desiderio sessuale (afrodisiache) o piante che, trattate opportunamente,  lo inebriassero procurandogli condizioni di piacere fisico e mentale: a tale scopo ha prodotto e consumato sostanze alcoliche. Per la produzione di bevande alcoliche, la pianta più utilizzata inizialmente fu l’albero della palma, ma anche la canapa, l’agave, il riso, il grano, l’orzo. Tra le bevande moderne la birra ha le più antiche tradizioni, ve ne sono tracce risalenti a 10.000 anni prima di Cristo, mentre la “scoperta” del vino è relativamente più recente e datata intorno al 4.000 a. C.  Questa differenza è data dal fatto che l’orzo era molto più diffuso geograficamente e più facile da conservare, quindi era possibile produrre la bevanda quando lo si voleva. La coltivazione dell’uva, invece, era meno diffusa, richiedeva una coltivazione più complessa e sia il raccolto che l’utilizzo erano legati a quel solo periodo dell’anno: la vendemmia.

La vite e il vino hanno un ruolo centrale in diverse religioni, specie in quelle ebraica e cristiana: la tradizione legata a Noè, il vino delle nozze di Cana e come Sangue di Cristo. Nella tradizione ebraica il vino è il simbolo della festa e della gioia del Giorno fuori dal Tempo oltre che segno di alleanza fra Dio e il popolo eletto.

Fino al XIX secolo l’acqua è stata considerata nella società occidentale sostanza inadatta al consumo, poiché spesso infetta. Il rifiuto dell’acqua come bevanda è unanime da parte delle civiltà più antiche, dalla egizia alla babilonese, dall’ebraica all’assira, dalla greca alla romana. Nel corso dei secoli si era constatato che l’acqua era nociva e poteva provocare malattie acute e croniche, se non addirittura mortali: di conseguenza si evitata di berla, specie se il suo sapore era sgradevole.

L’alcol, in quanto ingrediente della birra e del vino, veniva consumato in piccole quantità e le conseguenze negative, sia individuali sia sociali, erano poche o nulle. E’ molto probabile che il contenuto alcolico di tali bevande fosse a quei tempi talmente basso da produrre ben pochi effetti nocivi che solo secoli più tardi divennero oggetto di seria attenzione e preoccupazione. Gli effetti generati da un consumo eccessivo di alcol erano, beninteso, ampiamente noti e stimolavano la speculazione di filosofi come Platone, Socrate e Senofonte.

Attualmente l’alcolismo sta diventando sempre di più una ferita sociale che produce danni fisici e mina le relazioni interpersonali. Le conseguenze in termini di salute, sociali ed economiche sono ormai allarmanti: aumentata mortalità, perdite economiche, effetti nocivi sulla salute e sulle nascite.

Molti studi scientifici si stanno realizzando sia sull’uomo che su animali per dimostrare l’efficacia delle piante medicinali utili nell’alcolismo. Diversi sono già conclusi ed hanno dimostrato come la PUERARIA LOBATA sia in grado di ostacolare l’assorbimento dell’alcol a livello gastrico diminuendo la sua entrata nel circolo sanguigno, tornando così utile nell’alcolismo cronico (genisteina e diadzeina sono due potenti inibitori degli isoenzimi gamma-2-alcoldeidrogenasi) per l’effetto di contrasto sugli effetti ansiogeni associati all’astinenza, inoltre aumenta la circolazione sanguigna cerebrale con notevoli effetti protettivi sul cervello e possiede una azione protettiva sull’ischemia miocardica, favorendo la formazione di circolo collaterale coronarico.  Da evitarne l’assunzione in età pediatrica, donne gravide, soggetti in terapia ormonale sostitutiva o donne affette da tumori positivi ai recettori degli estrogeni e di uomini con tumore alla prostata.  [Non mi stuferò mai di ricordare che le piante hanno interazioni, effetti collaterali e controindicazioni !!!]

L’ALISMA PLANTAGO ACQUATICA, rizoma,  è una pianta con notevoli effetti diuretici, ipotensivi, lievemente ipoglicemizzante ed ipocolesterolomizzante, utilissima nella fase di drenaggio degli organi emuntori. Usata in miscela con altre piante medicinali  provoca un decisivo rientro verso i parametri emato-biochimici normali di pazienti con steatosi epatica alcolica ( ALT/AST – Trigliceridi – Colesterolo) grazie al ripristino della funzione della PPAR (peroxisome proliferator activate receptor), essenziale per la regolazione degli acidi grassi epatici.

L’ASTRAGALUS MEMBRANACEUS, radix, ha un’azione epatoprotettrice ben nota, sia mediante le frazioni polisaccardiche che lo compongono, noti immunostimolanti, sia per l’intrinseca capacità di inibire l’accumulo di lipidi intracellulari indotta da alcol. La capacità di modulare la produzione di interferoni endogeni (sia alfa che gamma) e di potenziare fino al 600% la contemporanea somministrazione esogena di interferone di sintesi ne fanno una droga preziosa nel trattamento e nella prevenzione della steato-epatite.

LA SCUTELLARIA BAICALENSIS è la pianta più ricca in melatonina attualmente conosciuta (la seconda è l’Iperico): le sue attività epatoprotettrici, ansiolitiche, antitumorali (specialmente per il carcinoma della prostata) grazie ai suoi componenti flavonoidi, compresa la baicalina  e la baicaleina, esercitano anche una potentissima attività scavenger sui radicali liberi. La sua azione è diretta ai recettori neuronali delle benzodiazepine ove mediante la sua azione GABA-ergica, favorisce l’ingresso di ioni Cl nel neurone effettore, iperpolarizzando la cellula e riducendone, di conseguenza la eccitabilità; non ha alcuna interazione nella capacità cognitiva e di usare macchine, non provoca dipendenza.  E’ quindi da tenere in alta e seria considerazione sia nella fase di dissuafezione alcolica, grazie alla sua particolare azione sedativa, sia in quella terapeutica nel trattamento della patologia epatica.

IL SILYBUM MARIANUM è molto utile per l’alcolista specialmente in caso di importante interessamento epatico o di cirrosi epatica. La silimarina si è dimostrata efficace nel trattamento di tutte le patologie epatiche alcol correlate, dalle più lievi alle cirrosi gravi. Nella società occidentale, circa il 50% di tutti i casi di cirrosi epatica è correlato ad abuso alcolico. Il metabolita ossidativo  dell’etanolo, l’acetaldeide, spesso in associazione con malattie epatiche virali o metaboliche, è indicato come una delle cause principali della fibrosi epatica. L’acetaldeide danneggia le membrane cellulari, avvia la per ossidazione lipidica e forma prodotti proteici nocivi che innescano una attivazione delle cellule di Kupffer e dei lipociti e fibroblasti portali perisinusoidali. Un effetto antifibrotico è stato dimostrato dalla silimarina e l’acido ursodeossicolico, agendo con alto epatotropismo e buon profilo di sicurezza. Inoltre il beneficio più importante di questa pianta è quello di aumentare la sopravvivenza dei pazienti alcolisti affetti da cirrosi.

La SALVIA MILTIORRHIZA riduce l’assunzione di alcol stimolando nel contempo quella di acqua. Diversi studi hanno dimostrato la capacità della pianta di ridurre il consumo volontario dell’alcol.

Altri studi, invece, hanno esaminato il ruolo di alcuni oligoelementi nel metabolismo alterato dell’alcolista. Uno dei nutrienti  chiave coinvolti  è lo ZINCO. Sia il consumo acuto di alcol, sia quello cronico, ne comportano una carenza sia per scarso apporto dietetico che per ridotto assorbimento ileale. Bassi livelli di zinco sono associati a ridotto metabolismo dell’alcol, a una maggiore predisposizione alla cirrosi epatica e ad una ridotta funzione testicolare.

Negli alcolisti è anche comune una carenza di MAGNESIO. Infatti l’ipomagnesiemia  è presente nel 60% degli etilisti ed è strettamente collegata ad delirium tremens.

E’ quindi certo che la Fitoterapia può e deve dare un contributo terapeutico notevole alla persona alcolista, sia da un punto di vista preventivo, sia da un punto di vista terapeutico.

Per concludere è utile segnalare che diversi infusi, ma uno in particolare composto da Camomilla, Luppolo, Erba gatta ed altre piante mediche, sono utilizzati per la  loro azione rilassante e detossificante, con buoni risultati ormai da anni in molti centri americani per alcolisti.

Dr. Angelo Carli

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